rimarchevole…

un blog di provincia…

– Il saluto ed il commiato durante la pandemia. Considerazioni sul modello marchigiano.

R. Magritte, Golconde, 1953.


Il saluto ed il commiato durante la pandemia.
Considerazioni etiche sul modello marchigiano.

Il saluto augura salute, salutando dimostriamo amicizia o comunque un segnale verso chi riconosciamo presente. Togliere il saluto significa implicitamente considerare una persona come non esistente nel proprio mondo.
Poter salutare, anche chi non conosciamo e incontriamo per caso, significa poter affermare la propria presenza e riconoscere quella altrui, in uno spazio comune.
Solo quando si è “massa” non c’è bisogno di salutarsi, perché si è creato un legame implicito e ci si è fusi in uno spazio unico e ristretto.
Si salutano anche le persone che hanno lasciato il loro corpo, è usanza far visita al corpo, con un fiore, uno sguardo, per salutarle in quello che sono state per noi sia profondamente che superficialmente. Oltre il rito sociale dell’unirsi e farsi riconoscere dal gruppo in lutto, ad un livello profondo c’è anche questo accomiatarsi dal corpo.
Il Covid ha impedito non solo la vicinanza delle persone care ai malati ma il commiato civile dai defunti. Ciò crea una ferita insanabile perché priva dell’ancestrale desiderio di vedere, toccare, e salutare il corpo per sancire dentro di sé la fine della vita terrena della persona cara o conosciuta, ed esprimere il profondo legame materiale che ci unisce tutti/e.
Se un tempo, ed ancora in alcuni luoghi, era ed è usanza vestire personalmente e vegliare il corpo della persona cara defunta – mentre in altri ciò è delegato a personale apposito e la veglia si esprime solo con la vicinanza, gli sguardi, una carezza- questo non è solo dovuto alla convinzione che comunque il corpo sia un guscio e che sia più ragionevole evitare di dedicargli attenzioni come se fosse ancora vivente. La nostra civiltà ha recentemente censurato, “igienizzato” e normato il rapporto con il corpo in tanti altri ambiti. Se quindi è “ragionevole”, sia per i religiosi che per gli atei o gli agnostici, considerare finito il rapporto con la persona cara con la consegna ad altri delle funzioni di vestizione del corpo, oggi pare considerare “normale” anche consegnare ad altri la cura esclusiva della persona cara, addirittura la proprietà, essendo spodestati di alcune facoltà, in nome dell’istituzione totale ospedaliera, come ad esempio dopo l’assenso all’espianto degli organi, gestito dopo la firma come consegna della proprietà ad altri, senza quindi diritto riconosciuto ad essere informati dell’iter e delle scelte eseguite.
Ciò ha portato alcuni vantaggi ‘funzionali’ ma anche, appunto, la caduta in un universo disumanizzato, in cui il corpo diviene innanzitutto dello Stato, e poi oggetto intoccabile, alienato, esposto al pubblico, a chiunque, e proprio per questo disumanizzato. E’ incredibile notare come, a fronte della carica sentimentale ed emotiva espressa su video, social network , strumenti digitali e ufficializzata da spettacoli istituzionali, si sia ancora così fragili nella gestione della quotidianità e del privato nella realtà materiale delle nostre emozioni e dei nostri bisogni più profondi.
Molti perciò, se raccogliamo opinioni sulle proprie volontà in caso di morte, preferiscono non essere affatto esposti in camere ardenti, per evitare a se stessi un rito pubblico che spesso perde ogni significato ed apre all’estraneità. Moltissimi ormai ricorrono alle Dichiarazioni anticipate di Trattamento sanitario – DAT (ora raccolte con disposizioni previste dal Decreto del dicembre dello scorso anno) per evitare i ben noti e tragici episodi di ingerenza nelle decisioni sulle cure mediche da parte dell’istituzione ospedaliere contro i familiari e soprattutto contro la volontà del paziente.
Contesto difficile, perché nessuno di noi può fare predizione, e quindi disposizione esatte, del da farsi in sua assenza ed in ogni contingenza.
Il Covid, con la sua presenza alienante i contatti umani, ha permesso anche l’arrivo nel panorama della gestione sanitaria di stereotipi che si ritenevano del passato, nelle Marche ad esempio abbiamo assistito all’arrivo dell’impresa privata con la proposizione prima di una “nave” degli appestati, poi con la creazione di un enorme contenitore per infetti, in un unico centro regionale, con conseguente (per fortuna non attuata) deportazione dei malati in una istituzione totale – oltretutto lontana dai focolai principali- che avrebbe privato ancor più i malati ed i loro familiari del senso della cura, cura che contiene anche l’attenzione per i rapporti umani e il rispetto per il diritto dei familiari ad essere se non presenti almeno vicini a chi deve guarire.
La tragedia dell’innalzamento del numero di morti causa Covid, che ha costretto anche alla rinuncia ai funerali e addirittura al trasporto militare delle bare, ha aumentato la frustrazione e la rabbia dei familiari, spesso consapevoli della inadeguatezza del sistema del sistema sanitario pubblico, impreparato a questa pandemia, e delle tragiche mancanze di quello privato.
Ma la proposizione della ritualità post-Covid per i commiati postumi non può lenire che superficialmente la sensazione generale di spaesamento e lutto ferito, simile a quella che si prova in guerra. Per questo il termine usato per esprimere la reazione al Covid, “guerra”, non è poi così sbagliato rispetto a ciò che questo virus ci ha fatto subire. La guerra ci pone di fronte allo stesso sentimento di impotenza e impossibilità di umanizzare la morte.
Di fronte ai tanti discorsi retorici sul “controllo sociale” sui “complotti” per usare il virus per spingere la società verso una deriva autoritaria, non sarebbe invece meglio cercare di capire che una emergenza mette in moto tutte le forze disponibili in una società ed usa gli strumenti disponibili, senza aver modo di crearne altri.
E’ solo dopo, con la riflessione sull’accaduto, che possiamo creare altri strumenti, ad esempio realizzando un piano anti-pandemie che tenga conto dei diritti dei pazienti e dei loro familiari, che non militarizzi le strutture ospedaliere ma anche che non metta le decisioni in mano ad attori che non rappresentano nessuno se non se stessi (ad esempio i “consulenti” dei governatori, come accaduto nella nostra regione). Prendendo quindi decisioni per il futuro che permettano ai cittadini, non solo nelle emergenze ma sempre, di gestire con consapevolezza le scelte in materia di trattamento sanitario e di commiato laico o religioso, che evitino con severità le illazioni della stampa e il sciacallaggio dei “servizi” funebri (è noto nella nostra provincia il compenso aggiuntivo di 120 euro – extra –  chiesto ai familiari in lutto per la “sanificazione” di salme che neanche hanno avuto modo di vedere) ma diano invece modo alle persone di sentirsi vicine e di continuare ad essere non sudditi ma cittadini/e.

FPA

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il luglio 18, 2020 da in bioetica laica, comunicazione, covid-19 con tag , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: