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-E …la nausea da Festival?


In questo momento il Paese si sta chiedendo se era meglio tenersi la vecchia classe politica di volpi argentate e avvoltoi piuttosto che una nuova classe politica di Pierini e Pappagoni.
Il problema è che noi italian* siamo un popolo di Poeti da Bar sport, di Santi alla Mamma Ebe e di Navigatori alla Schettino.
Si tratta quindi di eterna lotta tra serietà e di malafede, a volte duplice come i volti dei primi cartoni animati giapponesi.
L’autoconvincimento, ce lo fatto capire Berlusconi anche dopo la DC, è la rara qualità italiana del riuscire a negare  l’evidenza. E’ una qualità da venditori. L’aureola dei predicatori italiani è quella diffusa forma ellittica quantistica che circonda occhi e orecchie impedendo di vedere che si sta facendo come chi si criticava. La trave nell’occhio è disegnata da una Archistar. La fetta di prosciutto è dolce di Parma.
In questo panorama di delirio l’unica certezza che sembra rimasta sono i Festival.
Il Paese ne trabocca.
Non si dà un argomento per il quale non ci sia un Festival. L’umorismo, la mitezza, la filosofia, l’arte, la ceramica, ogni sagra ormai è un Festival.
La scena popolare nella quale ad ogni angolo della festa del Paese c’è qualcuno in piedi su una sedia a tener concione, è una ottima metafora dell’Italia dei Festival, una specie di Speaker Corner universale. Il Belpaese è un Festival, o viceversa.
Possono esservi Festival mangerecci, una versione appunto migliorata delle Sagre, come Festival viventi (gli intellettuali che dirigono i Festival).
Se esisterà un Festival dei Festival, sarà una occasione per addetti al lavori. In quell’occasione si misureranno i numeri dei Festival: chi ha ottenuto più sponsor? Perché il Festival è la prassi che attua il teorema della fine della politica e della cultura senza padroni ed il ritorno in forma strutturata dei Mecenati.
Sì, sappiamo bene che in Partiti avevano già da tempo dei Padroni, e che viviamo in una società capitalista…ora però anche i più reconditi spazi urbani e mentali sono colonizzati dallo spazio dei Festival come celebrazione dell’impossibilità di agire la politica e la cultura senza sponsor commerciali.
Il destino è altrimenti la marginalità più estrema, la baracca, lo sgombero, la tristezza.
La filosofia deve avere il marchio della mortadella o della cyclette, la saggistica quello del partito o del produttore di batterie. Sembrerebbe un fatto innocente …non si vive di sole rose, e il pane va pagato.
La città è dei Festival ed ogni città deve avere un Festival, come un tempo una notte bianca, tendenza poi declassata a causa della insonnia da debito diffusa.. Polizia e gendarmi urbani perseguitano vecchietti che mettono 4 sedie al parco per parlare, vogliono il piano acustico, perquiscono studenti coi cani e multano signore di parrocchia che vendono insane crostate.
Ma il Festival è una macchina che sa parlare e vendere con tutti i crismi della macchina burocratica, il festival passa attraverso il colabrodo delle autorità responsabili del bene pubblico, le stesse che fanno crollare i ponti e deragliare i treni, e ha i permessi per esporre gigantografie.
Altra domanda che ci si porrà tra addetti ai lavori? Quanti accessi e utenti si sono ottenuti? Attorno ai numeri infatti gira poi il nastro trasportatore dei prodotti dei Festival, del loro PIL: la vendita di libri degli autori, il cachet per i relatori, il rapporto tra apparizioni televisive e incassi, la fama nelle Università ed il flusso di studenti, la visibilità dei politici.
Importante, per i Festival, è occupare la scena mediatica, i social network e lo spazio urbano con simboli propri, immediatamente riconoscibili e d’impatto:
le parole devono definire uno stile ed un messaggio forte, quasi plasmare un oggetto, che verrà poi ossessivamente scandagliato nella multimedialità (altra priorità) del festival.
Il banchetto finisce con un mucchio d’ossi. Dal banchetto si torna con la sensazione di sapere di più, soddisfatti di aver avuto in dono una visione del mondo, o perlomeno di quella fetta di mondo, che sia la crema pasticcera o l’immigrazione.
Non c’è uno scambio tra utente/visitatore dei festival e attori del festival, forse, a volte, qualche domanda che si fa arrivare sui palchi tramite una gentile hostess (a volte anche maschio) che offre un microfono, o dei ticket. I più illuminati hanno i laboratori.
Al Festival si va per usufruire, per sedere, per riposare, o come si va ad un Museo, per vedere, gioire della presenza della star, della mente, dell’affabulatore.
La presenza di donne come ospiti ha una percentuale minore di quella di donne chef nei programmi di cucina.
Il Festival è la propaggine colta del talk show televisivo, è la politica spettacolo fatta ad arte, è il circo coi gladiatori dell’opinionismo, oppure nel migliore dei casi una bella sfilata di intellettuali dal vivo, selezionati da appassionati collezionisti.
Per questo i festival musicali sono i più innocenti e interessanti. Ma dategli due poltroncine rosse e una scenografia video e vi faranno un dibattito, presenteranno un libro, proietteranno immagini. Le feste di partito non sono ormai più interessanti, occorre il Festival, attraverso il festival si comunica in maniera più trasversale, si raggiunge l’indeciso, l’inquieto, il curioso.
Forgiare le menti ed il gusto, appropriarsi delle parole, perché altrimenti il festival KUM! avrebbe elencato nel titolo “Curare, educare, governare”? Pare lo slogan del Grande e Buon Fratello, si tratta di imperativi che hanno nel governo il loro fine ultimo.
Non criticate i benefattori, i regnanti illuminati e i pedagogisti. Loro mostrano di avere un progetto, o sono i moderni enciclopedisti, senza rivoluzione.
E comunque Woodstock non aveva abbastanza posti a sedere.
DK

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 13, 2018 da in acidofile, caffè filosofico, catastrofismo, io vorrei..., piano nobile con tag , .
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