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-L’astensionismo è antifascista?


“È già il primo partito ovunque in Europa. È clamorosa maggioranza assoluta in Francia. L’astensionismo si è confermato alle elezioni amministrative in Italia, incrementando la sua incidenza (53,8%). A Genova e Verona ha votato appena il 42% degli elettori, a Taranto e Como meno del 35%. L’astensione elettorale, se maggioritaria, può delegittimare un sindaco appena eletto da una minoranza degli aventi diritto o addirittura il Parlamento francese come sostiene Le Pen? ” così scriveva Carlo Carboni su Il Sole dopo le amministrative 2017, e ancora: “Una lunga tradizione di pensiero liberale interpreta l’astensionismo come silenzio-assenso, come lealtà passiva (?) al governo post-elettorale”.
Noi libertari e anarchici sappiamo bene che non è così, che la maggior parte dei cittadini che non votano lo fanno o perché non credono nel sistema parlamentare, (nel quale è la classe sociale più influente, e non quella più numerosa, ad ottenere maggior rappresentanza) o non votano perché non trovano comunque partiti di riferimento dai quali sentirsi rappresentati. Ricordiamo che alle ultime politiche, nel 2013, l’astensionismo si è espresso al 25%, cui si aggiunge il 3,5 % tra schede nulle o bianche.
La democrazie sarebbero, come ha detto qualcuno,  religioni in cui ognuno ha le sue “croci”, e viviamo una stagione di “ateismo”?
Lo scenario prospettato da uno dei più influenti storici “no-global”, David Graeber, auspica un futuro politico che consista di decisioni anche su larga scala per le quali “Anziché votare delle proposte, le proposte sono considerate e rielaborate…in un processo di compromesso e sintesi in cui si finisce con l’ottenere qualcosa con cui chiunque è d’accordo”, questo somiglia po’troppo a un processo di negazione del conflitto reale o, paradossalmente, a un esperimento già svolto dalla socialdemocrazia (cit. da “Lo stato non c’è (quasi) più” dibattito –Movimenti e Potere– su A rivista anarchica, maggio 2014).
Dal canto loro le forme-partito nate con la Repubblica si sono frantumate in aggregazioni di lobby, ed anche l’esperimento sociale del M5S pare sostenuto da un continuo travaglio di trattative (con Grillo e Casaleggio) e ripulitura dalle infiltrazioni  e dalla richiesta di potere personale per le quali nessun  silicone può reggere, … Di Maio ormai ha la faccia tanto pulita da sembrare un Topexan virtuale.
Qui non c’è traccia di quella che dovrebbe essere la discussione fondamentale: quella sui sistemi di delega e quindi di presa di coscienza, reale rappresentanza, partecipazione nel tempo e nelle contingenze.
Ciò prefigura anche, tranne che per Potere al popolo e pochi altri candidati, la fine della rappresentanza esplicita della classe sociale d’appartenenza e lo scioglimento delle istanze in quello che il nuovo Capitalismo ha creato a proprio uso, un contesto senza diritto al lavoro e del lavoro.
Qui, purtroppo, la piattaforma “Rousseau” del M5S, invece di citare il pensatore svizzero, dovrebbe imparare dagli anarchici piattaformisti (vedi  il confederalismo democratico in Rojava o il libro di Paolo Ceri su come decidono i movimenti, o i documenti anarchici contemporanei), oppure al concetto di democrazia diretta svolto da Murray Bookchin, alla descrizione della  anarchia come organizzazione di Colin Ward ma anche agli esperimenti delle grandi piattaforme digitali come Wikipedia, non immuni dal problema della “dittatura” dei troll, ormai protagonisti, come prezzolate forme di pressione, di ogni movimento di opinione e di decisione. Citando lo storico Miguel Gotor, Wuming ricorda sul suo sito che il problema della “democrazia virtuale” è che, come in una Lottocrazia, ci si assoggetta ad “un principio di auto-organizzazione puramente quantitativo” e quindi anche casuale.
In definitiva,  il problema da mettere in primo piano è: come possiamo condividere le decisioni in una società complessa?
Quanto è “usabile” la tecnica del consenso (cara anche ai cristiani di base ed a tanta parte del movimento ecologista radicale) al di là delle piccole comunità? Come si organizza una società senza Stato?
Certo lo scenario elettorale italiano pare un campo minato anche per chi, pensando di poter sia votare che “lottare ogni giorno per la democrazia diretta e l’autogestione”, fosse intenzionato ad esercitare il suo “dovere civile” (votare non è più un obbligo dal 1993, anno della riforma elettorale”).
Quest’anno, con la presenza di candidati di Forza Nuova e Casa Pound, andare a votare (o no?) avalla comunque il paradosso di una democrazia in cui è possibile eleggere candidati neofascisti e quindi antidemocratici.
Non solo, andare a votare (o no?) significa anche avallare la campagna elettorale di un politico non candidabile per motivi giudiziari, che però sta raccogliendo di nuovo consensi facendo campagna elettorale come fosse un candidato, Silvio Berlusconi.
Andare a votare (o no?) significa avallare Renzi, giunto a formare un Governo senza esser stato scelto e poi promotore di un referendum costituzionale sonoramente bocciato, anch’esso in campagna elettorale come se nulla fosse successo?
Votare oggi significa dare presentabilità a candidati che usano le regole della campagna elettorale per occupare spazi altrimenti loro interdetti? Questo è successo a Macerata dopo l’attentato fascista, con Casa Pound e Forza Nuova che scorrazzava per la città, facendo conferenze stampa e sit-in invocando la libertà loro concessa dalla legge elettorale, fregandosene allegramente dell’assente sindaco e del suo vescovile invito al silenzio.
Io non credo che sia un caso che in questi anni di governo di centro ci si sia disinteressati della crescente organizzazione del neofascismo in Europa, mentre nel frattempo si ricorre a un militare come Minniti per gestire non solo gli sbarchi dal Mediterraneo ma anche l’ordine pubblico.
Sotto al problema della rappresentanza c’è sempre, semmai sentissimo la mancanza della complessità, quello dell’uso della violenza come forma di sostegno al potere costituito o all’antagonismo ad esso, e della scelta non-violenta come radice politica a venire.

FPA

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