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– Donne di roccia. In ricordo dell’anarchica Marina Padovese.


Donne di roccia.
Marina Padovese in Val di Zoldo.

Tra i panorami definiti dalla guide “mozzafiato”, tra monte Pelmo, la Marmolada ed i percorsi turistici a fondovalle, non è facile scorgere le persone nella vita quotidiana in montagna, e certo non è facile trovare donne …di rilievo, perse tra ricordi della “grande” Guerra (“guerra non fa nessuno grande” cit. Yoda), feste di Alpini e sport (maschili) sulla roccia.
Eppure non per caso ecco spuntare donne diverse tra loro per provenienza e interessi:
seppur poco citata nelle guide alpine e online, un rifugio la ricorda ancora, Maria Vittoria Torrani. A quasi tremila metri, ed a poche centinaia di metri dalla cima del Monte Civetta, il monte “sfida” di ogni alpinista, da lei scalato tra i primi. La Torrani, alpinista milanese, pochi la conoscono ma una via per il Civetta porta il suo nome e il rifugio fu a lei intitolato nel 1938 dopo la sua scomparsa, nel 1935, a causa di una valanga.
Proseguendo verso Nord spunta invece imperiosa la statua in bronzo di una donna corrucciata e col forcone in mano, è Katharina Lanz, patriota tirolese durante l’assedio napoleonico a Spinga nel 1797, morta poi nel 1854 ad Andraz come perpetua di un prete. A Spinga, frazione di Bressanone, si ricorda epicamente: “qui si è vista tra l’altro anche una fanciulla di campagna venuta da Spinga, che, stando in piedi sopra il muro del cimitero, con la sottoveste raccolta con una cintura e i capelli svolazzanti, armata solo di un forcone, respingeva i nemici che si lanciavano all’attacco”. Vi assicuro che la statua pare raffigurare più una valchiria cattolica che una giovane contadina a difesa di un paesetto.
Nel gruppo Antelao che circonda Pieve di Cadore si trova un altro luogo voluto da una donna, il rifugio Antelao, costruito nel 1948 per volontà dell’ alpinista Alma Bevilacqua (conosciuta come Giovanna Zangrandi) bolognese ma cadorina di adozione che su quei monti è stata partigiana, la partigiana Anna.
Ho incontrato un’ altra donna, ben più vicina e presente, quest’anno. Mi sono decisa di tagliare per la Val di Zoldo, per quel paese, Forno, il cui nome ricorda il passato delle fucine del ferro e che serba un prezioso ricordo per noi anarchici italiani: la lapide nel cimitero di Dozza che ricorda la figura di Marina Padovese della quale il prossimo anno ricorre il ventennale della scomparsa.
Non è una eccezione per me trovare nella montagna ricordi e immagini tra loro discordi, qui tutto racconta della guerra ed i sacrari affiancano alberghi per tutte le tasche, come sarcasticamente dipingeva Goffredo Parise nel racconto “Allegria” del suo sillabario, magistrale cammeo sul Cadore.
Un pezzo di montagna incastonato tra le croci, nel Campo 4 di questo prato a sua volta raccolto in una cornice montana di grande bellezza, porta su di sé le parole scandite in lettere di acciaio, lucide dopo la pioggia: “Che mi si ricordi come donna libera/anarchica/femminista/antimilitarista…”, non accade spesso di trovare in un cimitero comunale un testo con questo incipit, e se guardo di lato, a sinistra, vedo le croci delle lapidi di ospiti singolari, i bambini. Mi vien da pensare che sia giusto che Marina sia ricordata accanto alle tombe dei più libertari più piccoli, ma non trovo nemmeno stonata la presenza di questa roccia accanto alle altre coronate da simboli religiosi e iconografie più classiche: fiori, angeli, rondini che spiccano il volo… . La pietra, a ben guardare solcata da segni, e a ben avvicinarla adatta a poggiarsi e sostare, è una presenza primordiale e al contempo trascendentale come la montagna. Le parole risaltano chiare, accompagnate dall’acqua piovana che scende da una carlina e dal suo muschio che abitano una piccola cavità al bordo dell’iscrizione. Il temporale appena passato l’ha impregnata di pioggia e il sole ne fa risaltare le foglie spinose che resistono ad ogni intemperie.
Sono passati vent’anni e più anche dalla guerra nella ex Jugoslavia, vent’anni dalle mobilitazioni antimilitariste delle quali Marina è stata promotrice portando con sé l’ideale della solidarietà internazionale, “ho fortemente voluto una società di libere ed uguali/di pace di giustizia e di solidarietà/spero d’averne lasciato traccia”. Quale traccia percorrere da allora e continuare sino a domani in questo universo sociale disgregato, nel quale le idee si frammentano e si autodistruggono, e la roccia diviene sabbia? L’esempio di Marina, persona decisa e fortemente responsabile, priva di ambiguità e faziosità, intellettualmente limpida, mi spinge a una riflessione su cosa significhi “lasciare una traccia” oggi.

FPA

Un ricordo nell’anniversario della scomparsa, 1 settembre 1998.
Di Marina potete leggere su A rivista anarchica, Germinal, e altre pubblicazioni. E’ ancora consultabile il volume: Donne contro la guerra, interventi e testimonianze dalla ex Jugoslavia, a cura di Marina Padovese e Salvo Vaccaro, La Zisa editore, Palermo 1996. Marina è stata tra le principali protagoniste delle attività della Associazione per lo sbattezzo, pionieristica iniziativa degli anni Novanta, e promotrice dell’Osservatorio delle donne contro gli integralismi, che ha visto tra le partecipanti assidue Joyce Lussu, presso i meeting anticlericali di Fano.

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Un commento su “– Donne di roccia. In ricordo dell’anarchica Marina Padovese.

  1. cristinadipietro
    settembre 25, 2017

    Wow grazie per questo ricordo. È vero, le donne sono state spesso dimenticate sia dalla cultura e società patriarcale, ma troppo spesso anche da chi questa società la combatte.

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