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– Omofobia in Cecenia: manifestare di fronte alle ambasciate

La foto del capo del ministero interno russo ad Argun, luogo di detenzione, e del presidente del parlamento ceceno, Daudov, conosciuto come “Lord”, è tratta dal sito en.crimerussia.com

E’ finalmente disponibile in italiano, grazie al prezioso lavoro di Internazionale (numero del 21 aprile), un articolo di Novaja Gazeta che denuncia gli omicidi e conferma l’esistenza di un luogo di interrogatorio e detenzione ad Argun, spiegando inoltre le torture, e le estorsioni compiute contro le persone LGBT cecene.
Per adesso, oltre alla risposta del prèmier Kadyrov che praticamente autorizzava lo sterminio (“in Cecenia non esistono persone omosessuali”), non ci sono notizie di risposte da parte della Federazione russa in proposito.
Scrivono Elena Milašina (costretta ad uscire dal suo paese per le minacce ricevute dopo la’rticolo del 1 aprile) e Irina Gordienko della Novaja Gazeta: ” Ma la campagna contro la comunità lgbt potrebbe mettere fine a questo silenzio. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta molte persone hanno vinto la paura e si sono fatte avanti per raccontare quello che hanno vissuto. Forse c’è una spiegazione per questo cambiamento. I rappresentanti della comunità lgbt sono in una situazione diversa da quella di tutti gli altri attivisti e difensori dei diritti umani. Si può smettere di difendere i diritti umani, è possibile cambiare le proprie opinioni politiche o perino la propria fede. Ma non è possibile modificare il colore della propria pelle o il proprio orientamento sessuale. È per questo che negli Stati Uniti gli attivisti della comunità lgbt e i neri sono diventati la forza principale del movimento per i diritti umani. Ed è per questo che in Cecenia gli omosessuali perseguitati hanno smesso di tacere.
C’è un altro elemento di cui tenere conto: in Cecenia chi viene incarcerato, indipendentemente dall’accusa, può comunque sperare di sopravvivere. Ma questo non vale per gli omosessuali. Una volta che il loro orientamento sessuale diventa pubblico, la società cecena non gli riconosce più il diritto di vivere. E quando sono messe con le spalle al muro, queste persone superano la paura.”
L’articolo di Internazionale cita ancora: ” L’inchiesta uscita il 1 aprile, basata sulle informazioni ricevute da fonti nei servizi segreti e nel ministero dell’interno ceceno, mette in relazione la repressione di massa contro la comunità lgbt cecena con le iniziative degli attivisti di GayRussia.ru, che all’inizio di marzo hanno chiesto di organizzare manifestazioni in quattro città del Caucaso. Questa richiesta ha suscitato una forte reazione negativa nella regione, scatenando una seconda ondata di repressione. La prima era avvenuta a ine febbraio. Era cominciata in un modo del tutto abituale per la Cecenia, cioè con l’arresto di un uomo che, secondo le informazioni in possesso di Novaja Gazeta, era sotto l’effetto del Lyrica, un farmaco contro le convulsioni che ha un effetto eccitante ed è molto difuso tra i tossicodipendenti. Va ricordato che in Cecenia i metodi usati dalle autorità con i potenziali terroristi, i salafiti e gli omosessuali sono usati anche con i tossicodipendenti e perfino con chi ha commesso un’infrazione stradale: la prima cosa che fanno gli agenti è esaminare i dati contenuti nei loro telefoni, ed è quello che hanno fatto nel caso dell’uomo arrestato alla fine di febbraio. In questo modo sono entrati in possesso di fotografie e video dal contenuto esplicito e dei dati di decine di omosessuali del posto. Queste informazioni sono state la base della prima ondata di arresti e rappresaglie contro la comunità lgbt. Nello stesso periodo Nikolaj Alekseev, il direttore di GayRussia.ru, ha deciso di allargare anche al Caucaso la sua iniziativa provocatoria di chiedere permessi per organizzare parate gay, e in Cecenia c’erano già state delle uccisioni. Ma la prima ondata di repressione si stava ormai esaurendo. Quando gli attivisti di GayRussia.ru hanno presentato le loro richieste, una prigione segreta citata in tutte le testimonianze ascoltate da Novaja Gazeta ha cominciato a rilasciare i prigionieri sospettati di avere un orientamento omosessuale. Ma oggi il carcere è di nuovo pieno.”

E’ evidente che, dopo le manifestazioni in tutta Europa (anche a Milano e Roma), se la Federazione russa dovesse continuare a ignorare le richieste Onu e le petizioni (da Avaaz ad Amnesty…), manifestare di nuovo di fronte a tutte le ambasciate e boicottare la Federazione, oltre che solidarizzare con le associazioni Lgbt russe, appare necessario e urgente.
Femminismi aveva già preso in considerazione il problema qualche tempo fa, con la proiezione di The Campaign of Hate (2014, 78minuti), documentario in inglese sulla omofobia in Russia mai commercializzato in Italia e non visibile online.

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