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-S**mura e la volpe. Unplugged. Racconto d’aprile.


Prosegue la Primavera e arriva la necessità della volpe di cibare le piccole volpi. Dopo la nuvola dorata di Banxia Lutea che con le sue morbide roselline avvolge i sambuchi, fino a stendersi sopra la panchina comunale ormai vuota di vecchietti, sta il pollaio.
Al pollaio va due o tre volte al giorno colei che, nomen omen, porta la fiaccola dell’abitato di questo piccolo sconocchiato borgo di sette famiglie,  la S**mura. Il nome esotico, infatti, è quello di una giovane anconetana che a nuoto traversò il porto per appiccare con una torcia il fuoco alle navi nemiche.
La porta del pollaietto costruito con scarti di legno, cigola come l’ingresso di un saloon abbandonato nelle polveri del West. E S**mura non ha più l’età per star dietro a tante galline. Queste, inciccite dalla permanenza diurna nel pollaio,  pigolano tra loro come detenute in attesa di sentire i passi della guardiana. Nelle ore di aria, quelle in cui la volpe è tenuta distante dai rintocchi pirotecnici su pezzi di latta e tegamini dalla custode, le galline multicolori si beano di bagnetti di polvere, rastrellate di erba e corsette a gambe storte giù verso i due gelsi, proprio i gelsi sui quali, nei tempi passati, le loro antenate svolazzavano per sottrarsi alla ritirata, spesso inselvatichendosi sotto la pioggia e scrollandosi le piume come cani.
“La volp”  quando viene avvistata in campagna diventa notizia che, per canali imperscrutabili, attraverso bocche ignote, giunge all’orecchio della guardiana che subito ricovera le sue galline al sicuro. Da un po’ di anni il numero delle galline acquistate pare diminuire, erano almeno venti un tempo, ora sono otto, e invece le notizie sulla volpe divengono sempre più frequenti. “C’è stata la volp dalla Maria”, “Avet vist la volp”, la S**mura ora indossa un busto sopra il grembiale a fiori, come una raffazzonata piccola ninja, e l’età comincia a farsi sentire. Per questo è sempre un giusto riposo quello che passa seduta su una seggiolina di plastica bianca, con una lunga cannetta in mano (a fianco del pollaio c’è un piccolo canneto che serve anche per i pomodori), curando con lo sguardo le creaturine sfuggevoli ed a rischio rapimento.
I capelli un po’ radi della S**mura, quasi di un rosso arancio come piume, spiccano nel sole di aprile mentre una gallina nera si accomoda dentro una buca nel terreno secco. Da oltre un mese non piove ma le galline, come tutti i pennuti resistono bene a qualsiasi intemperie, secco o umido, e razzolano meccanicamente eliminando ogni invertebrato beccabile.
La S**mura, ormai molto sorda, non sente la campana fanciullesca di San Bartolo che suona la melodia della domenica, resta sino a che non sia tempo di metter la minestra sul fuoco per la cena.
Capisco che le protette vengon chiuse dalla porta che cigola; può quindi iniziare un conto alla rovescia sempre uguale: quello che tra poco sentirò finire con l’avvio della televisione. Mi ricorda mia nonna: quella nenia rassicurante di notizie meteo e giornale regionale, grazie al quale dalla strada posso ascoltare al tramonto irrinunciabili resoconti sulle feste dei santi patroni e canzonette di liscio che si accompagnano al rumore della grattugia per il pane o il formaggio.
Così, la volpe è divenuta denominatore dell’anzianità, quella che ti spinge, soprattutto in campagna, a trovare altri modi meno faticosi, e rapidi, di badare all’orto e agli animali, in quello scorrere delle stagioni che presenta, oltre ai cicli naturali, quelli umani della comparsa degli aiuti. A volte i figli, a volte i nipoti, altre volte persone venute da più lontano, che si apprestano a imparare a fare ciò che non sentono poi così importante, spesso solo per un lavoro di pochi mesi o pochi anni. Certo guardare gli animali, stando all’ombra, è essere ancora parte di uno scenario naturale nel quale anche i predatori umani sono antagonisti di quelli animali, entrambi silenziosi, eppure ne subiscono il fascino, lei sulla volpe: “ha dà magnà anca lia, c’ha i fjoi, ma cum se fa?”, un vicino: “Lia (la **mura) en s’accuntenta de nient, vòl ogni cò cum la volp(riferendosi a pezzettini di terreno contesi). Intanto le tortore sovrintendono dall’olmo l’arrivo della sera, tubando richiami.
L’altra sera, nel pieno della luna, prima di mezzanotte nella vallata in mezzo alle fratte un improvviso assembramento di suoni di uccelli, come piccoli storni, e poi il silenzio. Rimpiango di non avere qui più vecchi che sappiano tramandare il nome di questi animali notturni. Gli usignoli dopo pochi giorni già abitano i rovi, ormai estesi per tavole e tavole di campi abbandonati. Le rondini inciviliscono i ruderi ancora in piedi nonostante le scosse telluriche, e famiglie di colombi popolano i cavi telefonici. La volpe invece, ha tane più segrete.
Mi beo di questa antichità d’avanzo, ancora silenziosa e semplice, unplugged, sperando che resti per sempre, fuggendo come la peste gli invadenti spot musicali del vicino che lava l’auto.
– Con un saluto a Franco Arminio e al suo blog

Federica Tedeschi.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 15, 2017 da in animalismo, fano old movie, marche ambientalismo con tag , , , , .
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