rimarchevole…

un blog di provincia…

– Ricci e la manna di H&M


“Per il megastore è folla anche all’approssimarsi dell’orario di chiusura: «In bocca al lupo a tutti – dice alla referente Marlen Asnicar e ai dipendenti del colosso svedese -. Per la nostra città si tratta di un investimento rilevante, anche (?) in termini occupazionali, consentito dalla modifica del regolamento urbanistico.” Così celebra Matteo Ricci l’arrivo della multinazionale svedese in centro, il centro che sembra essere più “smart” che mai. Ma i fatti sono altri.
Certo, perché di fronte ai colossi del commercio si festeggia, parlando anche di occupazione. Non si dice però che tipo di contratti fa ai giovani H&M e quale tipo di economia propone il modello di centro-città dello shopping: una economia flessibile tutta a vantaggio dei padroni del marchio, che non si fa scrupolo di muovere le “pedine-lavoratori” sulla scacchiera, buttandoli fuori gioco al minimo segnale di flessione delle vendite.
Così è successo già in molte città e così sanno bene i giovani precari e precarie che lavorano nelle grandi catene delle multinazionali: stare in divisa, col rischio di licenziamento continuo, e nessuna ricaduta reale degli incassi sul territorio se si esclude l’investimento nell’immobile e i magri stipendi. Stipendi sempre a rischio, come è accaduto a Pisa poco tempo fa: ”
“La multinazionale svedese H&M è ricorsa ad ogni tipo di contratto per assumere i suoi addetti, prevedendo un periodo di prova di due mesi; ed ecco l’epilogo: in questi giorni il negozio di Corso Italia sta licenziando parte del personale senza alcun preavviso, lavoratrici e lavoratori che si recano a lavoro e vengono chiamati negli uffici per avere comunicazione del licenziamento.”
Ragazzi, ragazze, forse per avere un lavoro più sicuro occorre buttarsi in politica come Ricci…anche se anche lì non è detto che vi si darà tanta autonomia di pensiero!
Riguardo il lavoro, poi, forse è il caso di non celebrare troppo la tendenza strategica di H&M di presentarsi come leader del cotone “organico” nel mondo. Notizie recenti ci descrivono la sua parabola: “Una di quelle che comprano di più in Bangladesh, H&M, di recente si è rivolta anche alle fabbriche etiopi e birmane, perché in quei paesi i salari sono più bassi. Nel 2016 la multinazionale svedese ha fatto quasi due miliardi di profitto”. Le opportunità di lavoro crescono quindi soprattutto nei paesi più poveri del mondo…ed i guadagni, tranne le briciole per Ricci, restano sempre a disposizione di qualcun’altro, chissà che magari scenderà in elicottero al Rossini Opera Festival.
Ed il cotone “organico” viene presentato d vari mass media internazionali come un attraente promessa in realtà a forte sospetto di semi OGM che ne facilitano la produzione massiccia, sempre nei paesei nei quali la manodopera è la più sfruttata al mondo. Ricordiamo anche la tragedia del Rana Plaza, nei pressi di Dacca in Bangladesh, prima della quale si era tentato di stabilire dei controlli delle condizioni di lavoro nelle fabbriche tessili: “Nel 2011 era stato rigettato un piano presentato da sindacati e governo che disciplinava ispezioni, controlli tecnici, e la possibilità di ordinare la chiusura per le fabbriche non in regola. I costi derivanti dall’accordo, allora, erano stati ritenuti eccessivi. «Finanziariamente non sostenibili», avevano detto i responsabili di WalMart all’Associated Press. «Clausole troppo vincolanti ed eccessiva esposizione al rischio di procedimenti legali», aveva sostenuto Gap. «Ci devono pensare gli imprenditori e il governo locale», aveva rincarato H&M. ” (corriere.it)
Anche a livello locale occorrerebbe dare spazio e sostegno a chi lavora per produrre il tessile in loco o con “fair-trade” e con garanzie sull’impatto ambientale e il contratto dei lavoratori. Ma per Matteo “Kennedy” Ricci forse le vetrine luccicanti producono più “felicità”.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 12, 2017 da in acidofile, ambaradan o sarabanda?, disoccupazione marche con tag , , , , .
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