rimarchevole…

un blog di provincia…

-San Remo: fede, pulsioni e dramma nei testi 2017.

lopez-sanremo

Un’ edizione 2017 che si ricorda soprattutto per i negozi di franchising e di catene globalizzate, luogo di lavoro di centinaia di commesse “volatili” in tutta Italia, a fianco dell’ingresso del Teatro Ariston, e per il ballerino  che si fa chiamare”Just some Motion”, il fantastico danzatore senza volto dello spot che ha accompagnato tutta l’edizione; vestito come un bravo commesso della precarietà fatta a sistema, lavora coi cellulari e il tablet, spostandosi velocemente ovunque e ususfruendo dello sconto sui Giga scaricati… il che conferma che più che lavorare guardi film e sport nei momenti di scarse chiamate, a volta anche seduto negli androni dei palazzi del centro.
La voce di Mina, ripresa per l’occasione, non è un modo per ricordare l’importanza del fatturato dell’industria bellica nel mondo.
Il piglio militaresco di Conti e di de Filippi, abili comandanti dei loro reggimenti, suggeriscono quanto la legge marziale aiuti a sviluppare i programmi… peccato per Renzi.
Ma veniamo al sodo: cosa possiamo rilevare nei brani cantati quest’anno dello stato della laicità del Paese e delle sue pulsioni?
Per Cristian, con Cristian e in Cristian, a te o Rai onnipotente diciamo Perdona loro perché non sanno quello che cantano“, lo show del trio Solenghi-Marchesini-Lopez (1989) venne giudicato “blasfemo” dall’allora direttore Rai, Bruno Vespa, e cassata per sempre da ogni schermo, tanto che ora lo si può rintracciare solo per grazia divina su Youtube (dal minuto 12.58 circa).
Quest’anno più che mai le canzoni hanno significato una scissione tra fede, amore e (scarsa) fantasia. La canzone vincitrice, Occidentalis Karma, ha attratto sicuramente le attenzioni del pubblico per il ballo della scimmia, il testo ironico e la musichetta accattivante, bissando il successo di “Amen”, certo però è già in atto una “devoluzione” della carica sarcastica dell’autore.
L’ironia sulla società delle fedi globalizzate si può fare oggi usando Budda, e non Cristo o Maometto, per i quali si temono reazioni ben più avverse (vedi il Trio che venne duramente censurato).
Ma la figura di Dio campeggia anche nella canzone al secondo posto, nella quale Mannoia canta uno scultoreo “E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona Che sia fatta adesso la sua volontà”, …detto da una cantante simpatizzante di sinistra fa presagire oscuri scenari.
Anche il tradizionalista Gigi D’Alessio torna in campo con un “Sai quante volte io ho invocato aiuto Ed ho implorato pure Dio“, anche se il “pure” fa pensare che ricorra a Dio come ultima soluzione.
Mentre quindi Gabbani ironizza sul fatto che ora Dio sia Google “Tutti tuttologi col web  Coca dei popoli  Oppio dei poveri” e richiama il pubblico a considerazioni marxiane …la maggior parte degli autori ripropone il legame amoroso come religione assoluta ma depressiva.
Quest’anno più che mai l’amore viene presentato come in perdita: non solo da Giusy Ferreri la quale, religiosamente, ricorda al suo amato “Amore, hai colpe da espiare” ma da tanti altri. Del resto anche Meta, pur affrontando il tema della violenza sulle donne, ricorda tematiche religiose con quel suo “Vietato morire“.
Samuel ricorda che gli amanti sono a se stessi ” l’unica benedizione L’unica tragedia, l’unica ambizione”, Zarrillo rimpiange e canta “Vorrei che fossimo eterni, e con te, tornare a quei giorni”. Anche Bernabei, che già teorizzava “noi siamo infinito” continua il trend dell’amore come fede e immanenza.
Spunta la discordia eterossuale e  il sessismo nelle canzoni di Elodie, che dopo essere stata messa in candeggina dichiara “Sono molto brava sai a rovinare tutto Tu sei perfetto Non sbagli mai”. Ancora più preoccupanti Nesli e Alice che ricordano il patriarcato con: “Do retta a mio padre che dice di andare e di stare attento alle donne perché ti fanno cambiare” e Sylvestre che rimprovera alla ex di averlo lasciato con una  “Solitudine, una malattia che è mia, mia, mia “.
L’edonismo si fustiga o si esalta nelle affermazioni del giovane Bravi che ammicca “Ho lasciato troppe volte La mia impronta sopra un letto”, ripresentando la gaiezza campionessa di incontri erotici e lasciando gli etero a tentativi di rafforzare l’eros con le parole di Raige e Giulia che si autoconvincono con un “Togliamoci i vestiti Ci vuole un gran coraggio ad essere felici“.
Anche l’exploit inaugurale di Tiziano Ferro, pure se affiancato dalla Consoli per stemperarne l’immagine gaya, ritorna a ricordare il legame tra esistenza di Dio, super-io e clausura con la sua Il conforto: “Sarà la pioggia d’estate o Dio che ci guarda dall’alto, sarà che non esci da mesi…”.
Lo snervante fraseggio di Chiara, che ha lasciato le atmosfere radiose della telefonia funzionante, afferma anch’esso la dicotomia tra necessità di amore e assenza di relazione, spaesamento “È l’amore che rende i tuoi silenzi casa mia”.
Quindi  è impossibile, con la canzone di massa, allontanarsi dagli schemi televisivi imperanti. Teniamo conto che come faceva notare Critica liberale, lo scorso biennio “sono raddoppiate le fiction religiose (da 311 a 603) trasmesse dalle principali reti generaliste: il 92% riguarda la confessione cattolica. Aumentano anche le ore delle trasmissioni dedicate ad argomenti religiosi, che passano da 380 a 421: dei 732 programmi, il 70%è di confessione cattolica”, il risultato è che regna la depressione.
Depressione per la senilità mondiale ribadita da Ron con il suo “La mia vita è una candela Brucerà lasciando cera” che lascia intuire una visione materialista, ma dramamtica, della vita.
Non è certo il rapper Celestino a rimetterci di buonumore, e non lo sarebbe stato nessun’altro rapper mediatico italiano, perché, diciamolo, anche il giovane Rovazzi, col suo gentile che c**o me ne frega sembra da poco uscito dal pronto soccorso di Andiamo a comandare e sempre in prossimità del cattivo umore.
La presenza femminile “militante” di Paola Turci col suo Fatti bella per te ci inviterebbe a interrogarci sul senso del narcisismo, e sull’atteggiamento forzosamente “moderno” di Conti con le ospiti donne, e il ruolo della discesa delle scale come accettazione della vulnerabilità (tacco, gonna, e cavaliere).
Ma finiamo qui ricordando invece come quest’anno temi caldi, come il razzismo e il ruolo della polizia, siano stati per fortuna fatti apparire solo in secondo piano:
i barconi sono stati espulsi dalla lista dei compiangimenti, e la razza riappre solo con la canzone Vorrei la pelle nera di Rocky Roberts reinterpretata da Sergio Sylvestre “Ehi, ehi, ehi dimmi tu signor Faust, ehi, ehi, ehi dimmi come si fa ad arrostire un negretto ogni tanto con la massima serenità”. Il ruolo delle forze dell’ordine viene rispolverato da Masini, con barba da hipster, che canta una vecchia canzone di Faletti, ‘Minchia signor Tenente’…riaffermando i legami tra armi e coglioni.

La redazione musicale.

 

 

 

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il febbraio 13, 2017 da in acidofile, cultura gaya, femminismo, laicità, lgbt con tag , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: