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– Veronica Chessa, “Ibridi”, un resoconto della mostra

L’incantatore di serpenti. Battuta di caccia. Il conte. Il doge. La bestiolina dell’otarda. Vanità di vanità. Il volo del calabrone. Insetto domestico. Il cardinale. La figlia della ghiandaia. La passione del tucano. L’ancella. La partita. La grande pesca. 14 opere in mostra dal 16 al 18 dicembre all’Infoshop di Fano. E, per coincidenza, l’uscita sul numero della settimana di Internazionale dell’articolo “Potere animale” dalla Virginia quarterly Rewiew sul rapporto tra umani e animali.
Nell’antico Egitto esisteva una divinità con testa di cane dalle lunghe orecchie, Anubi. Il mito negativo del licantropo è anch’esso antichissimo.
Nel sesto secolo avanti Cristo Esopo raccoglieva una collezione di fiabe con gli animali come soggetti, usandoli come similitudini per le emozioni, i vizi e le virtù umane.
Stessa cosa faceva Fedro nell’antica Roma nei primi decenni dell’era cristiana.
Anche Ovidio, nelle sue metamorfosi, tesseva i legami tra esseri umani e natura.
Nel Seicento francese La Fontaine raccontava fiabe sull’asino o sulla tigre, nella metà dell’Ottocento H. C. Andersen diveniva famoso per la fiaba di un essere metà uomo e metà sirena, e per quella del brutto anatroccolo.
Tutte queste similitudini parevano funzionare bene quando nella società diveniva più evidente la divisione in classi, la preminenza di un singolo o di una singola categoria sociale. La divisa diventava livrea e piumaggio, l’attitudine animale, spontanea e naturale, diventava vizio bestiale o tendenza criticabile, a volte ridicola. Come nella fattoria degli animali di George Orwell gli animali erano specchio delle emozioni umane e segnalavano il grottesco di certi atteggiamenti e dei nostri costumi.
Forse il momento della necessità del cambiamento spinge l’arte a investigare sulle forme, sui gesti e sugli sguardi animali rispecchiandovi ciò che siamo, o al contrario è un modo per presentare come naturali i costumi militari o reali, ad esempio col paragone col leone, il ritrito “re della foresta”. Uno sguardo più attento che anche nel mondo animale i comportamenti sociali non sono come alcuni vorrebbero che fossero.
Tanti artisti nel tempo hanno usato l’animale come segno del lato irrazionale, misterioso e occulto dell’essere umano, come Goethe o Bram Stoker…
Nel caso di Veronica Chessa la ricerca sulle forme e le abitudini degli uccelli è sfociata in una collezione di costumi umani satura di ironia sia sulle capacità umane che sull’abitudine a servirsi dell’Altro. In questo caso ad esempio gli insetti, con la dama-gruccione che viene beffata dal suo calabrone o il barbagianni incantatore di serpenti che pare anch’esso incantato. Il Cardinale, uccello dalla cresta rossa che sembra ammiccare all’amore per le capigliature sgargianti dei cardinali ma anche ai piumaggi sommitali di Trump o Berlusconi, nel disegno vediamo in realtà un animale che ama cibare gli altri, reggendo uno scettro molto particolare: una pianta carnivora; un sacerdote della catena alimentare, si direbbe, proprio come certi politici che amano gestire il rapporto con gli altri come sottomissione che ciba e sazia, con la sua ritualità. Come fossero dei tarocchi, i simbolismi di queste 14 raffigurazioni sono profondi come uno sguardo dentro una foresta molto abitata, dalla quale uno sguardo attento fa uscire in piena luce animali altrimenti nascosti.
Veronica Chessa gioca di nuovo con una tendenza dell’arte, reinterpretandola con uno stile che eredita la capacità, anche tecniche, del passato per dargli nuova vita.
Durante la discussione del sabato Monia Andreani (che ha contribuito al volume “A come animale” recentemente edito da Bompiani) ci ha condotto in un breve viaggio tra gli animali della filosofia, da Aristotele, con la sua metafora delle Api come società, a Hobbes con la analisi del detto Homo homini lupus, accennando poi a Nietzesche con la definizione di essere umano come “animale non stabilizzato”, a Deleuze con il suo discorso sul “diventare umani”.
Durante il dibattito è saltato fuori l’interessante gioco dell’artista che raffigura in altre vesti l’uomo di potere, Giorgio è finito a ricordare il film “Morgan matto da legare” (1966) nel quale il protagonista vede le persone come animali. Estremamente interessante il contributo di Elena Rapa sull’ibridazione nell’arte contemporanea e sulla tecnica espressiva di Veronica.
Parlare delle opere d’arte e dell’esperienza dell’arte in maniera colloquiale, facendo entrare il sapere di ognuno in uno scambio, ci ha dato di nuovo la piacevole sensazione dell’informalità di un Infoshop fuori dagli schemi un po’ troppo patinati ed asettici per i nostri gusti, dell’arte “performativa” che divide fruitori e artefici, spettatori e promotori.

 

FPA

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 2, 2017 da in animalismo, arte, caffè filosofico, femminismi, iniziative infoshop fano, marche animaliste con tag , , , .
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