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-Babbo Natale come paradosso. Gli spot pubblicitari di Natale.

santaklausfunnies
Già Dickens lo aveva smentito con la sua descrizione del vecchio micragnoso, risultato di una società vetero capitalista nella quale solo la famiglia restava a preservare la parvenza di una comunità aperta agli amici e solidale tra parenti, mentre il singolo cadeva in una buia spirale di avarizia.
Ora lo spot di una bevanda energizzante ci presenta un arzillo vecchietto che lascia le renne a casa e parte col suo sacco pieno (di regali?) verso il cielo o verso le sue vacanze, un po’ come i nostri pensionati che scappano verso i cosiddetti paradisi fiscali a spendere le proprie pensioni.
Come dar torto a questi Anti-BabboNatale? Il dio Kronos un tempo, il patriarcato classico poi, a seguire con  l’edonismo reganiano e l’eterna giovinezza berlusconiana ci hanno da sempre descritto un mondo di nonni che pur di possedere tutte le età, quella matura del potere e quella acerba della prestanza fisica, trasformano il mondo in un parossismo di eterne giovinezze.
Anche lo spot di un gestore telefonico regala a Babbo Natale, per errore, un giubbotto di renna, segno che veramente questo arzillo vecchietto non ha più bisogno di volare in slitta. Il Natale come momento di generosità non ha più perciò un anziano dispensatore di doni ma celebra altri bisogni. Il dono inteso come oggetto regalato e quindi gratuito un tempo appariva dato in cambio di appartenenza familiare, o merito di bontà. Ma nell’epoca dell’acquisto compulsivo il dono perde il suo fascino episodico e qualitativo, il Natale diviene festa del Do ut Des, quella in cui con metodica calcolata si dà agli altri il senso della loro importanza nel gruppo e il messaggio di ciò che ci si aspetta da loro, e spesso quindi occasione di delusione o di calcolo, schivata od odiata da coloro che non accettano questo scambio. Da Festa della immobilità, persa nella neve, come centro il focolare e qualche luce che sfavilla nel buio, il Natale prima ha trasformato la slitta in motore a scoppio e poi ha dissolto la ragione stessa dell’arrivo dal Polo delle troppo silenziose renne.
Migliore spot in quanto ad ipocrisia di quest’anno quello della più costosa marca di cellulari, che ci propone come immagine del Natale, leggi della bontà altruista, una sorta di Frankestein che si reca nel circo magico dei canti natalizi, tentando un tenero exploit elettrico, subito accolto con compassione dal gruppo che intorno all’albero lo aiuta a intonare la sua canzoncina. L’essere sgorbio resta al centro, non avvicinato, osservato dagli altri nel suo essere anch’esso un albero di Natale. Tra l’alternanza di mostri che possono regalare solo se stessi e giovani babbi supereroi che regalano connettività, la bontà del nordico nonnino si stempera sempre meno in panorami di comunità e pandori ma e viene subissata molto più di frequente da spot pubblicitari che si concentrano invece sulla festa come occasione di sfoggio sociale o di vacanza. Questo ad esempio negli spot di profumi che si alternano ad altri spot con anch’essi col naso come protagonista, quelli degli antinfluenzali.
L’odore come attrattivo giunge ad essere esagerato in spot pubblicitari che vedono il giovane maschio passare lasciando una scia, si presume di profumo, sino ad avvicinarsi alla donna cui chiede “Hai sentito qualcosa”…spot che presta il fianco alla parodia quanto quello dell’immancabile grezzata della nota griffe di moda che torna, stavolta in versione sciatoria, a proporre due invasati che si slacciano in mezzo alla neve delle più modaiole località sciistiche, anche qui è la donna quella stregata dall’irresistibile allure.
Il “dare per avere” resta la nota dominante di questi scambi tra fotomodelli il cui tratto distintivo è l’espressione frutto di un sapiente intreccio tra un viso da psicofarmaco e la boria di chi si sente il meglio sulla piazza.
Alle laiche anime pie che non si sentono a loro agio in questo show decorato di porno-essenze, già provati nel senso di colpa e di impotenza dagli spot pubblicitari di varie associazioni umanitarie  e storditi dallo spot di Paolo Brosio che chiede soldi per i mattoni della madonna “che ci aiuta sempre”, non resta che rifugiarsi nei servizi televisivi che narrano le omelie del candido Presidente della Repubblica, dal portamento però rigido e poco adatto a un Santa Klaus, o le imprese dell’unico succedaneo di Babbo Natale rimasto in tv, papa Francesco, il quale però cade in similitudini anch’esse care alla pubblicità, asserendo che della Chiesa non preoccupano le rughe (e qui la fantasia subito corre ad uno spot apposito) ma le macchie, argomento caro agli intervalli tv da tempi quasi biblici. E’ lui che viene raffigurato, in una vignetta molto vista e cara ai sostenitori del suo modello di Chiesa “di servizio”, mentre esce dal Vaticano con cartoni di pizze e sporte di bevande da portare ai senzatetto, ultimo Babbo Natale di un inizio secolo che sembra sempre la fine dello scorso. Il sacco dei doni quindi si sposta dal mondo delle fiabe a quello religioso, segnale di uno svuotamento di una tradizione ormai vetusta che non può più reggere né alla mutata sensibilità e capacità connettiva dei bambini né alla mutazione del modello maschile che, in un mondo occidentale pieno di maschi anziani, ne vede svanire una delle ultime immagini prima simboliche e poi retoriche.

DK

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 24, 2016 da in acidofile, femminismo, pesche sciroccate, piano nobile, pubblicità con tag , , .
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