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Le ragioni del NO …la retorica del NO

anpi_no
“Io dico no” è il titolo del manifesto dell’ANPI di Alfonsine che aderisce al comitato per il NO al referendum costituzionale. Non si capisce perché la gente dovrebbe votare NO alla riforma Boschi poiché un defunto partigiano (uomo) comunista (berretto con stella rossa) glielo suggerisce da un manifesto.
Cioè, si capisce… ma appare sessista, retorico e controproducente per lo stesso obiettivo.
E’ questo il livello dell’opposizione ai contenuti neoliberisti e dirigisti dei nostri Governi? Dire NO questa riforma non è un atto di contestazione di questo Governo, occorrerebbe guardare avanti e capire che questo modello di sistema elettorale e di potere legislativo è voluto da tutti coloro che lavorano per la trasformazione degli Stati in regolatori del business globale.
Che significa precarizzazione del lavoro, indebitamento universale come forma di controllo dei cittadini e delle organizzazioni sociali, chiusura o controllo degli spazi pubblici, profilazione commerciale e sociale di tutti gli utenti, de-sindacalizzazione del lavoro, politica spettacolo ma anche politica dei Vertici, allontanamento dei centri di potere dai territori, regime di polizia in caso di contestazioni, depotenziamento dell’opinione grazie alla disinformazione e alla sovrainformazione, infiltrazione nei movimenti per banalizzarli e renderli impopolari, diffusione del modello culturale dello show e dell’intervista come sostituto del dibattito, diffusione del modello dell’adesione (liking) come sostituto di quello partecipativo, sradicamento delle forme di organizzazione spontanea e non ufficializzata, appropriazione dei beni comuni di ogni genere (suolo pubblico, semi, acqua), accentramento del controllo sulla salute, campagne biopolitiche (vedi lo stentoreo tentativo del Fertility Day)…
Su questi temi occorre ragionare invece di fare retorica, perché il futuro non è scritto, e non possiamo permetterci di perderci tra una dichiarazione del riapparso D’Alema e un partigiano su di un manifesto.
Occorre capire a mio avviso quanto c’è di antiautoritarismo da rifiutare tutti/e assieme (perché il fascismo fu riconosciuto e combattuto come tale non solo dal partigiano in stella rossa…) e soprattutto come costruire un futuro distante da tutti quegli attributi di cui sopra.
La sinistra invisa al modello Renzi sta usando da tempo la sua presenza e impegno nelle grandi associazioni (da ANPI a Arci, da Arcigay a settori della Cgil) per fare opposizione politica. E come anche alcuni commentatori esteri hanno scritto, la nascita di una formazione politica di sinistra, che raccolga anche il consenso di altri settori della popolazione italiana contro il neoliberismo, è impossibile per vari motivi:
così come sperimentato al G8 di Genova, i movimenti in Italia sono spesso preda di grandi manipolatori, di retoriche della violenza oppure di leader cui l’unico scopo è scovarsi uno scranno in parlamento.
Scriveva Frederika Randall, giornalista di The Nation, lo scorso ottobre: “In Italia la lista Tsipras per un’altra Europa, nata nel 2014, è già lacerata da lotte intestine” e “Sel e le altre formazioni alla sua sinistra rischiano di essere punite dagli elettori perché fanno parte da troppo tempo della classe politica“, per la giornalista statunitense il Movimento a 5 stelle ha preso il posto in Italia di un potenziale “Podemos”, scaricando ambiguità in quello che avrebbe potuto essere una coalizione con contenuti potenzialmente “di sinistra”.
Il movimento unitario tra Cobas, Acqua bene comune e centri sociali sui Referendum sociali ha visto la defezione di Cgil che ha fatto chiaramente capire che l’unico a interessarle tra i referendum proposti era quello sulla scuola, scaricandosi della possiiblità di coinvolgere i suoi iscritti sui temi della privatizzazione dell’acqua e dell’incenerimento dei rifiuti.
Ambiguo anche il frenetico impegno posto nel far firmare al mondo intero la Carta dei diritti, sul lavoro, mentre il nostro Paese vede da anni l’assenza di uno sciopero generale che metta nero su bianco nei tavoli di trattativa sindacale ormai da tempo ridotti a sola concertazione in nome della produttività globale. L’Italia resta quindi il Paese delle grandi dichiarazioni di radicalità, spesso anche fantasiose e prive di ogni concretezza, e di una realtà invece che vive di compromessi col potere autoindotti (e la sinistra è spesso più realista del re) e inciucio a tutti i livelli.
Una riflessione sull’esito della raccolta della campagna referendaria per i Referendum sociali, sul senso di una Carta dei diritti del lavoro, e sulle prospettive del prossimo referendum costituzionale, è auspicabile per permettere il confronto a livello locale tra tutti i soggetti  che lavorano per una società antiautoritaria, anticapitalista, antirazzista, solidale, partecipativa, ecologista e certo anche femminista… soprattutto capace di parlare un linguaggio che non si chiuda nelle definizioni e sia consapevole che per fortuna a volte le persone fanno, sentono e  si muovono anche senza etichette, con nuove forme autorganizzative, con prospettive incerte e scarsa cultura politica certo, ma se la cultura politica deve generare manifesti come questo qui riportato… 😉

FPA

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