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Un pomeriggio all’ospizio

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Partiamo per andare a trovare la Dina all’ospizio. E’ una giornata nuvolosa di quest’inverno-primavera sconosciuto, nel quale il freddo e il caldo marziano si alternano con moti ventosi ma tanto ormai siamo abituate alle previsioni del tempo chiamate con nomi epici per fare audience. Oggi c’è un pomeriggio mite, la temperatura sarà di cinque gradi sopra la media. Infatti, arrivate sotto il Monte, mentre scendiamo per riempire d’acqua minerale le nostre bottiglie, ci accorgiamo che non serve quasi la giacca, nonostante la fonte sia piazzata nella più grande calaverna, una di quelle che se ci andassi in un inverno regolare vedresti tutto intorno allo zampillo un tappeto di acqua ghiacciata, è proprio così che si chiama la fonte, “dell’acqua ghiacciata”, leggera come neve, ce l’ha fatta conoscere proprio lei, la Dina, quando furbona ci faceva fermare lì, di ritorno dal mercato con quella sua specie di autostop.
Scendiamo in paese alla ricerca di questo benedetto ospizio e lo troviamo sul retro di una canonica, tutto serrato, chissà ci chiediamo, come troveremo la Dina. Una volta, scherzando con le amiche tedesche che come noi stavano sù in montagna, la chiamavamo Daina, con allusione scherzosa al suo essere quasi un abitante dei boschi, stando sempre fuori, all’aperto, dal primo mattino al tramonto, o scoperta a volte solo per avere sentito un fruscio tra i sentieri: ti giravi e poco dopo giù dalla faggeta vedevi lei, con dietro una corda alla quale erano legate lunghe fascine, o semplicemente un grosso ramo secco. Una volta che mi bussò alla porta, aprii e vidi Tutankamon: la Dina con due scialli uno sull’altro, a braccia incrociate, con in una mano un falcetto e nell’altra un bastoncino puntuto da far invidia al meglio cercatore di funghi. Doveva chiedermi se avevo delle ‘pacche di fava’ da seminare. Che rottura. Questa mania di chiamare e bussare, a noi che risiedevamo sul Monte per il silenzio, ci scocciava. Ma certe volte la sera, al crepuscolo, nella luce rosata dei muri che si spegneva verso la notte, la vedevo dalla finestra, giù sul vialetto, salire e slungarsi ad accendere la luce dei quattro lampioni del paese, c’era proprio l’interruttore, incastonato nella casa color ruggine d’angolo. A lei sembrava essere rimasto il segreto mandato di Vestale, essendo l’unica abitante del paese da oltre un decennio.
Altre volte la vedevo presso il suo ufficio informazioni, la porta di casa sua che dava proprio sulla strada provinciale che collega serpeggiante i due paesetti più vicini. La porta sempre semiaperta, un lungo tronco di carpine nel camino che faceva carboni pian piano, il tegamino con pasta e salsiccia in mano, era sulla strada a dare informazioni ai rari passanti, a vedere se il figlio o il fratello o lo zio o il cugino di tizio o di caio sarebbero passati di lì. Il paesetto, composto da circa venti, venticinque abitazioni, una tempo pieno di gente e di animali muggenti e belanti e chioccianti, adesso era ancora più silenzioso. Solo il fumo delle poche carbonaie rimaste e quello del suo comignolo. Alcuni compaesani, civilizzati dalla casa a valle, col terrazzo la doccia e i termosifoni, ancora durante il giorno salivano per i loro affari di legna, per i cavalli sulle balze, chi per la botte del vino, chi per la caccia, a volte anzi spesso si comportavano con noi “straniere” come i serbi coi kosovari. Come ci permettevamo noi, oltretutto donne, di abitare a fianco delle loro vestigia, dei loro ruderi, dei loro ricordi d’infanzia abbandonati? Sarebbe stato meglio che sparissimo. Ma la Dina invece no, lei ci vedeva come una risorsa, astutamente presentabili come testimoni della sua possibilità di vivere da sola lassù.
Un’atmosfera romantica a volte permeava i ricordi di chi aveva soggiornato d’estate in paese, di chi tornava dai paesi d’emigrazione per il fresco estivo della casa degli avi: “cosa fa la Dina? Cosa dice la Dina?”, la fama delle vecchietta che viveva anche d’inverno, con opportuna scorta di candele, mele, patate e polenta, la sù in paesetto, diventava leggenda, si scorgeva ammirazione. Senza la radio, e nemmeno la televisione, la Leggenda ogni tanto palesava qualche ricordo di grande bellezza, come quello della transumanza sulle cime, quando si partiva con le bestie e arrivati si appendevano i tascapani colorati agli alberi intorno al pascolo. Certe volte la vedevi fare delle espressioni che poteva aver visto solo dalle fotografie anni Trenta, delle quali sbiadito ricordo restava nel cimiterino muschiato della Rocca. Ma col tempo, la Dina si era anche aggiornata, non solo negli anni Settanta si era amicata, curiosa come lei, alla tribù hippie che si era fermata poco più in là in un gruppo di casette allora inabitate, ma adesso, visto che qualche porta si era riaperta per far da mangiare e ospitare, forniva prezzi e descrizione stile Tripadvisor dei posti, con la sua parlata svelta, e si capiva che parteggiava più per l’attività dei più giovani che erano tornati ad abitare e lo facevano per passione che per quella dei suoi compaesani (“la Betty, è amica mia”).
Tutto quello che sembrava nuovo, del resto, lì era già successo, cose che solo lei e pochi altri si ricordavano, e ricordi suoi della sua solitudine, elevata al rango di “esclusa dagli agi”, una falsa eremita, che schifava assai preferendo tenere in solaio patate e forasacchi, in libertà.
Erano alcune volte che passavamo di lì per rivedere i boschi, e invece di poterci fermare a salutare dopo la passeggiata, e acquisire le necessarie informazioni sulla stagione delle noci, sul prezzo della legna, sulla qualità delle patate di quest’anno e sui vivi e sui morti…vedevamo la porta chiusa. Nessuna gallina, la porta della cantina, custode di un vinaccio proverbiale, anch’essa serrata.
Che fare? Nessuno in vista, chiediamo informazioni al paesetto gemello e scopriamo che la nostra Informatrice ha subito una vera sciagura. Lei, vedova sin da giovane, proprio ora in anzianità ha perso il suo unico figlio e dopo alcune difficoltà, seppure in salute, è stata portata in ospizio. Entriamo nella piccola struttura, ci accoglie una operatrice e dopo due passi la incontriamo poggiata a sonnecchiare accanto al calorifero. “Dina, si ricorda di me? Come va?”, l’espressione sfoglia le schede dei frequentatori della montagna… sì, si ricorda.
Si alza abbastanza facilmente dalla sedia, mi dice di portare un’altra sedia, restiamo assieme, noi due sedute e la mia amica, Valentina, alta e bionda accanto al calorifero che sembra San Michele Arcangelo, “det una sedia anca a stà ragazza”, “ma adesso dove state?” “A Fano, eh Fano è Fano”, lo dice come se si trattasse di una grande città. “Ma Dina le carbonaie non ci sono quest’anno? Le ho viste chiuse”, “C’è rimast Enzo. Nit quand cava il carbone”. Chiedo alla Dina da quanto tempo è in ospizio, dice da qualche settimana, l’operatrice mi dice dall’estate. “Ma ji voi gì a casa mia”, ci si stringe il cuore, non possiamo farci niente, chi volete che si prenda cura della Dina lassù, tutto il giorno. “Dina ma lassù non c’è nessuno che ci stia sempre e che vi badi un pochino”, “Dov’avet la macchina, la macchina dove l’avet?” “Eh ce l’abbiamo giù, abbastanza lontana”… “Orca fica…”.
La ribelle, l’indomita che ha sempre fatto quello che gli pareva, lì dentro tutto il giorno, è una bestemmia, altroché orca fica. “ohhhhh ..oggi è sabatoooo”, strilla con un vocione il vecchietto nella stanza a fianco, se ne sta appoggiato a un tavolo coi gomiti, con in testa un berrettone col paraorecchi. “E fa bastaaa”, gli risponde un altro da più giù, sembra di assistere a un discorso come quello da una balza all’altra del monte, quando si parla allungando le vocali finali come un eco, solo che siamo in un ospizietto così piccolo. Più in là, mentre con la Dina ci raccontiamo dei suoi parenti di lassù, una signora da un wc inizia a chiamare “signoraaaa”, “signoraaa”, dopo essersi presa vari schiaffetti a buffetto da una anziana dispettosa che si aggira senza pace.
E’ evidente che questo ospizio tiene in sé pochi degli anziani del paese, che altrimenti bada i suoi vecchi in casa. Le badanti infatti sono uno dei pochi fattori di crescita o di stallo della popolazione di quassù. “Dina, ma allora quando ripassiamo la veniamo a trovare, le portiamo qualcosa?” “ji voi andare a casa mia, prendessi una donna”, “ma Dina col dottore ci ha parlato?” “ma io sto bene” “eh ho capito ma mica può fare le cose da sola, chi ci pensa a tutto, alla spesa, a pagare…” “avet vist a casa mia com’è l’ort”. In effetti a casa sua davanti siam passate anche ora, poco più giù i meli selvatici per salire ai quali nella stagione la Dina metteva bastoni e reticelle, per non farsi fregare le mele dai passanti, e sulla stradina l’edicola coi fiori rosa di plastica ad una madonnina biancazzurra, che guarda verso la Rocca, “ma dove avet la macchina”, mi chiede con quegli occhi azzurrini da sparviera. Orca fica, noi a mangiare sù ce la porteremmo volentieri, ma poi non ridiscende più.

Francesca.

(Foto e particolari autentici ma differenti per rispetto della …privatezza).

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 12, 2016 da in guarda qua (ed anche qui e quo), poesia con tag .
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