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Potere e Movimenti: un dibattito.

bananas
Lo Stato non c’è (quasi) più. A rivista anarchica, maggio 2014.

È stato fatto molto dibattito in questi ultimi anni sull’autogestione di proteste, assemblee e spazi come momenti politici, sulle manifestazioni di massa popolari che spesso vedono l’assenza di forme partito alla loro testa.
L’ anarco ottimista David Graeber ci invita a pensare al futuro come basato su collettività sociali e politiche che ri-cominciano a decidere di sé con la pratica “del consenso”, pratica inclusiva che mette ognuno/a nella libertà di accettare o no le decisioni prese. Il ritorno a metodologie di base funziona però solamente in piccole comunità, o Reti Sociali e Piattaforme digitali che non si occupino di questioni sociali ed economiche pratiche, per le quali il “non decidere” o il “non accettare le decisioni prese” potrebbe favorire la creazione di enclaves, e di un pericoloso sgretolarsi del concetto di “cittadinanza” già abbondantemente sconfitto assieme a quello di laicità.
Un futuro del pensiero anarchico concentrato sulla pratica del consenso, già applicata in tante assemblee e comitati territoriali, ed altrettante volte malfunzionante non appena il consesso si allarga, ci mostra dunque ancora una volta quali sperimentatori marginali.
Ipotizzare che il futuro politico consisterà di decisioni anche su larga scala per le quali “Anziché votare delle proposte, le proposte sono considerate e rielaborate…in un processo di compromesso e sintesi in cui si finisce con l’ottenere qualcosa con cui chiunque è d’accordo”, somiglia un po’ troppo a un processo di negazione del conflitto reale e a un esperimento già svolto dalla socialdemocrazia .
L’anarchismo come riflessione filosofica e politica antistatale, resta quindi marginale nello scenario in cui la concezione tradizionale di Stato (e anche di Diritto e di Bene pubblico) è stata rottamata assieme ai baluardi etici che lo abbellivano, affidati ai soggetti sussidiari.
La forbice tra nuove comunità chiuse, o micro-regioni virtuose solo se cinte da mura… e l’alleggerimento del sistema Stato per farne una Agenzia di fornitura di un servizio basico di controllo sociale al nuovo capitalismo, taglia in realtà fuori come sempre l’anarchismo dal dibattito politico, e non è poi così larga.
L’esempio italiano è eclatante: la pratica del non voto in continuo aumento ma un movimento anarchico somigliante a un Tantalo.
Dal 1948 al 1976 si recava alle urne il 92% degli italiani e solo dal 1976, guarda caso con le prime defaillances del Pci, l’astensionismo inizia a salire giungendo alla percentuale di oggi che rasenta il 25% ed è destinata a salire. Infine si presenta un nuovo movimento politico gestito commercialmente e mediaticamente da due ‘pubblicitari’, che riesce a diventare il terzo partito in Parlamento (con 8.689.168 voti alla Camera, più del Pd) e che sembra mimare tutti i difetti della Lottocrazia, per la quale, a prescindere dalla appartenenza ad una classe sociale e/o dalla competenza, chiunque ha diritto ad essere sorteggiato per governare.
A ciò certo si sovrappongono nuovi esperimenti di manipolazione di massa che sfruttano la povertà per innescare una richiesta di Stato, ma che interessano per ora solo l’estrema destra e le caste di servizio allo Stato.
Proprio l’esperimento taroccato in partenza dei Cinque stelle mette al centro del dibattito questo: la riflessione anglosassone sulla sperimentazione di forme di autogoverno nazionale e transazionale basate sulla Sorteggiocrazia, che punta tutto sul recupero della nozione di cittadinanza paritaria. Qui dovrebbe essere presente anche l’analisi sul mutamento della composizione delle classi sociali, della coscienza di appartenervi, e il dilemma dell’influenza dei media, cui chi attualmente dibatte non sembra molto interessato.
“Chiunque può governare”, un assunto che pare rivoluzionario ma che può perdersi nell’individualismo e nell’astratto. E questo proprio per i mutamenti che il Capitale ha innescato: dal 2006 la globalizzazione della produzione determina una drastica diminuzione dei lavoratori nel settore agricolo (38.7%) e industriale (21.3) e la preponderanza dei lavoratori nei servizi (40%). Mutanti, fluttuanti, ricattabili, influenzabili. È cambiata non solo la percezione di sé ma anche la socialità politica.
Nelle nuove generazioni c’è sempre minore consapevolezza della differenza non solo tra uso della violenza e uso della forza ma soprattutto di quella tra la politica del Manifestare (che ha come controparte un potere che può ascoltare ma anche ignorare ed è oggi in gran parte teatro gestito dai mass media), la politica delle Vertenze (che presuppone, come nel caso di scioperi e blocchi una controparte verso la quale si può esercitare un potere e intavolare una trattativa), e quella delle Rivoluzioni (che consiste nel privare del potere chi ce l’ha deliberando nuove forme per la gestione di esso).
Non è un caso che, come sottolinea Maria Matteo in “A” 385, nell’ottobre 2013 le manifestazioni romane si siano divise tra quella sindacale e quella che riuniva in qualche modo l’area antagonista sociale: ciò ha sottolineato l’incapacità di unire ciò che la globalizzazione ha diviso.
La mia opinione è che in questo scenario, nel nostro Paese l’ideologia debba cedere il passo ad una politica saldamente ancorata ai fatti e alla possibilità di inserirsi nelle macro-dinamiche suscitando dibattito e prese di posizione fruttuose. La nostra scommessa deve essere riattivare socialmente e politicamente il gigante che dorme in quel 25% di astensioni e in quell’altro 25% di votanti delusi dalla demagogia.

Francesca Palazzi Arduini

 

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 7, 2014 da in pensiero anarchico e libertario, piano nobile con tag , , .
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