rimarchevole…

un blog di provincia…

Dal forcone alla …forchetta. Perché la ricetta è sbagliata.

Disoccupazione galoppante, partiti che si scannano per la legge elettorale, Berlusconi che minaccia rivoluzioni a misura del suo doppioppetto, Renzi che si trasforma a seconda delle platee, Grillo che fa il portavoce di tutti, il nostro Paese più che di una uscita dall’euro meriterebbe un ingresso alla neuro.
Ma, visto che pare che finalmente l’estrema destra italiana, quella dell’autarchia e della moneta stampata in casa con l’effige di Benito, abbia trovato il modo di fare rete e di movimentare dei “Forconi”, movimento già spaccato appena nato (vedi le polemiche tra leader, ovviamente maschi -Fierro e Fiore- di questi giorni ma anche le inedite alleanze forconiane Fiore-Morsello-Sgarbi di poco tempo fa), visto che pare che la destra tenta la mossa greca, cioè tenti la sommossa per poi fare la mossa … ed entrare in forze in parlamento (dal forcone alla forchetta), ci pare il caso di approfondire il tema cardine di questo movimento, L’uscita dall’euro come soluzione miracolosa ai nostri mali.
Lo facciamo ricordando ai tanti che si sono fatti affascinare da questo marchio dei “Forconi” che in Italia esiste da tempo una rete di persone, gruppi e associazioni che si occupa, che battaglia, che informa seriamente sulla questione del DEBITO, che cerca e pratica alternative. Sono i tanti gruppi e persone che si occupano di microcredito, di etica bancaria, di gruppi di mutuo aiuto, di gruppi di acquisto, di cooperativismo. Proprio in questi giorni Attac Italia sta facendo un appello per una diversa gestione, una socializzazione, della Cassa depositi e prestiti, un altro esempio è l’esperimento della moneta di scambio Scec fatta in tante regioni, e dell’autofinanziamento proposto dalla rete dei Gas italiani, i gruppi di acquisto che sorreggono l’economia di tanta produzione bio italiana vera.
Lo abbiamo ricordato anche lo scorso anno in una dettagliata mostra intitolata “Ma cos’è questa crisi” esposta presso l’Infoshop di Fano a cura di Alternativa libertaria-FdCA, Fano in transizione, Gruppo cohousing, Femminismi e Rete 99%, della quale riportiamo sul blog i materiali costitutivi che comprendono interessanti tabelle e grafici.
Se fosse per la zero credibilità del sedicente “Movimento di liberazione dalle banche”, sito web che propugna un programma politico di uscita dall’euro coniugata con un governo “transitorio retto dalle forze dell’ordine”, cioè un colpo di stato fascista, non perderemmo neanche tempo a discutere ma inviteremmo tutti a prepararsi a difendere l’Italia dai nuovi Beniti. Però tante persone, disperate, incazzate, schifite dalla politica istituzionale, si sono incuriosite e avvicinate ai Forconi, per questo ci sembra il caso di portare elementi seri e circostanziati per spiegare perché l’uscita dall’euro è, scusate il termine, una puttanata. Anche Paolo Barnard, un tempo collaboratore di Report ed ora diffusore del verbo di un economista (milionario) americano, Mosler, che propone l’uscita dall’euro, ci pare ben poco credibile, e andiamo a citare uno degli economisti marxisti più autorevoli in Europa e nel mondo, una persona che non ha interessi personali a dire null’altro che ciò che scientificamente studia, per il perché.
Si tratta di Riccardo Bellofiore, autore nel 2012 di un breve volumetto intitolato “La crisi globale, l’europa, l’euro, la sinistra” che ci pare un utile strumento per capire senza lasciarci andare a catastrofismi e a un astrattismo privo di relazione con la realtà complessiva della nostra società.

Un versione riassunta in una articolo del 2011 sulla situazione in Grecia, autori Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski, ci dà il senso della complessità della situazione e indica soluzioni più complesse ma certo più valide e soprattutto gestibili a livello democratico-popolare:
“La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo.

Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare: il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguita dal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi.

Dietro la parola d’ordine del ‘diritto all’insolvenza’ stanno ragioni forti: resistere all’austerità; contestare l’illegittimità di parte della spesa pubblica, e le condizioni imposte dalla finanza per finanziarla. La campagna per un audit sul debito è giusta. Ma l’insolvenza non è la bacchetta magica. E per chi ci facesse un pensiero, l’Italia non è lo stesso gioco della Grecia. Non è destinata al default, né si salva con l’illusionismo.

Giacché sul Fatto quotidiano ha ricordato due cose. Al debito pubblico corrisponde ricchezza privata, detenuta da investitori, banche, compagnie assicurative, fondi italiani, per circa il 30%: lavoratori e ceto medio sarebbero colpiti duramente. Poi, praticare un default selettivo è di difficile praticabilità: si può selezionare le passività di cui negare il pagamento, non i creditori. L’attesa di un default dei paesi in difficoltà e della implosione dell’area attivano una tenaglia descritta da Pitagora. Sul piano globale: i fondi fuggono dall’euro verso il dollaro, con gli Stati Uniti che evitano per adesso la discesa nel baratro. Dentro l’area dell’euro: si fugge dai titoli degli stati a rischio verso quelli degli stati forti. Il depauperamento di famiglie e imprese aggrava la deflazione da debiti nelle aree in difficoltà, portando a una contrazione della domanda (interna) e lasciando l’onere del traino sulle spalle di una (ipotetica) domanda estera.

A seguito della paralisi del sistema bancario, dell’esplosione del debito estero, dell’esclusione dal credito internazionale e del razionamento di quello interno, default + svalutazione aumentano il peso del riaggiustamento sul potere d’acquisto dei lavoratori. E’ vero che nel caso italiano (secondo esportatore di manufatti in Europa) un balzo verso l’alto della competitività non è una chimera. Il recupero dei profitti non sarebbe però legato a un miglioramento tecnico-organizzativo, e seguirebbe (in un paese dipendente dall’estero per materie prime e alta tecnologia) un forte aumento dei prezzi delle importazioni.

La crisi va battuta fermando l’effetto domino e aprendo una speranza: affrontando contemporaneamente crisi finanziaria e crisi reale. Dal lato finanziario occorre riscadenzare i pagamenti e abbattere i costi del debito. In Grecia, le banche hanno sostenuto il debito pubblico, rifinanziandosi con la BCE. Meccanismo indiretto ma efficace, se pure ‘disegnato’ perversamente: con tassi di interessi da usura, e nutrendo la speculazione. I governi colpiti da tassi d’interesse usurari sui titoli a lunga possono, però, abbassarli. Emettono un largo ammontare di propri effetti a breve scadenza, acquistati dalle banche attratte da un interesse più alto dei loro depositi presso la banca centrale. La moneta raccolta è usata per acquistare le proprie obbligazioni a lunga nel mercato secondario. Il prezzo di mercato sale, abbattendo il tasso effettivo d’interesse; e le banche non vendono i titoli di stato in perdita. La manovra consente al governo di piazzare i titoli a lunga a rendimenti effettivi più bassi di quelli attuali, finanziando le operazioni correnti e restituendo l’indebitamento a breve.  

L’ossessione di istituzioni e commentatori sulla ricapitalizzazione delle banche elude invece il cuore della questione. Ha ragione Schumpeter: un sistema bancario è solido solo se lo è l’economia in cui opera. Il nuovo capitale non sarà mai sufficiente. Non migliora l’attivo delle banche,e i debiti cresceranno comunque per i bisogni di finanziamento dei governi. Il problema è far divenire sicuri titoli di stato potenzialmente rischiosi: il che comporta garantirne permanentemente la liquidità sui mercati secondari.

Solo il rilancio dell’economia reale può portare a un pareggio del bilancio pubblico, come pretende la BCE. Il pareggio è obiettivo sensato esclusivamente per la spesa corrente e in riferimento al reddito di pieno impiego. Oggi ci vogliono investimenti pubblici per combattere disoccupazione e precariato. Tutto ciò richiede disavanzi primari dello stato: un accrescimento del rapporto debito pubblico/PIL, riassorbito tramite un aumento del denominatore. Disavanzi ‘buoni’ (Parguez), produttivi non solo di domanda, reddito e occupazione più alti, ma anche di migliore composizione della produzione. Il vero problema è la deflazione da debiti, lo ‘sgonfiamento’ maligno (perché ricade sull’economia reale) dei bilanci. Il governo deve fornire asset solidi alle banche: prendere a prestito di più, ma per coprire spese che contribuiscono allo sviluppo reale dell’economia, a valori d’uso per la società.

Dal lato delle entrate, l’equilibrio di bilancio va perseguito aumentando l’imposizione fiscale sui ceti abbienti: maggiore progressività del prelievo, patrimoniale, lotta all’evasione, sono ineludibili. Dal lato delle spese, il settore privato non è trainante nella ‘reflazione’. La spesa dei governi, al netto degli interessi, sul debito, deve essere aumentata (altrimenti la base imponibile sarebbe falcidiata, e il rapporto debito/PIL crescerebbe). Gli stati possono aumentare i salari nel pubblico impiego, accrescere il salario minimo e introdurre sostegni al reddito. Con la ripresa bisognerebbe favorire un aumento più generalizzato dei salari. L’austerità impedisce che si generino i desiderati avanzi per pagare il debito. Per questo va posto esplicitamente l’obiettivo che i disavanzi primari siano mantenuti sino a che la crescita nominale non riduca la quota del debito.

Le misure su salario/reddito e disavanzi intendono far emergere, in condizioni socialmente accettabili, quel processo inflazionistico europeo che renderebbe l’uscita dal debito relativamente veloce e indolore. Non sarebbe così se i disavanzi si concentrassero soltanto sui paesi che sperimentano una deflazione dei prezzi (al netto dell’inflazione da materie prime, tariffe, trasporti, etc.), e si mantenesse l’intento di sopprimere l’aumento dei prezzi. La BCE deve mutare esplicitamente indirizzo, mantenendo liquido il mercato dei titoli di stato per accompagnare i necessari disavanzi pubblici primari.

Qui si apre il tema più complesso. La stabilizzazione finanziaria deve accompagnarsi alla reflazione della domanda, ma quest’ultima deve tradursi in una riqualificazione della spesa pubblica, che muti i caratteri dell’offerta e rafforzi il welfare. La crisi è capitalistica. E’ appena a metà del suo decorso naturale: fatto di svalorizzazione e centralizzazione del capitale; dell’apertura di nuovi orizzonti alla valorizzazione; di nuove ‘recinzioni’ dei beni comuni. Porta con sé un violento attacco contro il lavoro nel pubblico e nel privato, domestico e migrante, nella produzione e nella riproduzione. La disoccupazione di massa di un lavoro tutto precario è la ‘nuova normalità’. E’ urgente rispondere alla domanda di una diversa prosperità e di una difesa dall’insicurezza pervasiva (la capital asset inflation ha maturato consenso nel ceto medio e nel mondo del lavoro perché forniva una illusoria difesa). E’ urgente un programma minimo il cui centro siano la socializzazione degli investimenti, le banche come public utilities, lo Stato garante diretto di buona e piena occupazione, il controllo dei capitali.

Un altro intervento di Bellofiore, del quale suggeriamo la lettura integrale, è quello apparso su Sbilanciamoci sempre nel 2011, a caldo sulla questione greca e con indicazioni chiare sulla politica economica da attuare per uscire dalla crisi:
“(…)

La Grecia non c’entra

La crisi europea non è dovuta alla Grecia. Il colpevole non è l’indebitamento pubblico di un particolare paese, nel suo ammontare assoluto o in proporzione al Pil. Quello che conta è la volontà o meno della banca centrale rilevante, qui quella europea, di rifinanziare i disavanzi dello Stato. Se il ‘fallimento’ viene escluso come soluzione, la via d’uscita sta nella alternativa, o nella combinazione, di inflazione e crescita. L’inflazione è oggi impedita dalla stessa crisi, ma prima o poi tornerà attraente. La crescita viene sabotata all’interno dalle politiche europee, mentre la domanda esterna va svanendo. Resta solo la deflazione da debiti. Ci si potrebbe chiedere se non sarebbe meglio uscire dall’euro. L’evoluzione della situazione, prima o poi, potrebbe portare a una dissoluzione della moneta unica. Allo stato delle cose è però un consiglio della disperazione. Basterebbe, in fondo, ricordarsi dello stesso caso italiano dei primi anni Novanta, in cui le condizioni erano migliori, e come ne è uscito il lavoro.

Esisteva una alternativa? Negli anni Novanta, Suzanne de Brunhoff aveva suggerito di introdurre non una ‘moneta unica’ circolante tra il pubblico, ma una ‘moneta comune’: una moneta di riserva per le regolazione dei saldi tra banche centrali europee, dentro un accordo di cambi fissi. Fissi, ma aggiustabili: con modifiche delle parità nell’eventualità di deficit commerciali permanenti di alcuni paesi, con un impegno simmetrico da parte dei paesi in surplus alla riduzione dei loro avanzi. E già nel 1992 Jean-Luc Gaffard, aveva ricordato il ‘paradosso della produttività’. Un salto di produttività richiede un previo finanziamento: la nuova produzione scaturisce solo successivamente. La convergenza reale tra le economie europee avrebbe richiesto politiche opposte a quelle di Maastricht: creazione di credito a sostegno dell’innovazione privata; crescita di disavanzi statali ‘produttivi’. Inizialmente, l’una e gli altri non possono che dar luogo a più elevata inflazione e ad un innalzamento del rapporto debito/Pil. L’aumento dei prezzi e lo ‘squilibrio’ fiscale saranno però riassorbiti al successo di quelle misure e di quelle politiche.

Un inedito new deal

Il superamento degli squilibri ‘reali’ europei non richiede di intervenire solo con la reflazione della domanda. E neppure dal solo lato del salario in rapporto alla produttività. Occorre, simultaneamente alla stabilizzazione finanziaria, un intervento sull’offerta. Come ha osservato Yanis Varoufakis, gli eurobond, oltre che consentire di soccorrere a costi contenuti i paesi in difficoltà, devono finanziare una espansione congiunta degli investimenti pubblici su scala europea. Un inedito New Deal che intervenga direttamente sui vincoli strutturali alla crescita, migliorando qualità del prodotto e innalzando la forza produttiva del lavoro. Strumento di una ‘riforma’, non solo di una ‘ripresa’. Questo apre alla questione dei contenuti della ‘riforma’: della composizione, e non solo del livello, della spesa e della produzione. Il problema che ci si squaderna davanti non è tanto la democrazia, quanto puramente e semplicemente il capitalismo.

Come ci ricorda Alain Parguez, ci sono disavanzi ‘cattivi’ e disavanzi ‘buoni’. I disavanzi ‘cattivi’ sono il risultato non pianificato del collasso delle economie, delle varie terapie shock, degli interventi deflazionistici, della stessa insostenibilità della finanza perversa. I disavanzi ‘buoni’ sono pianificati ex ante, il loro scopo è la costituzione di uno stock di risorse utili e produttive. Un ‘mezzo’ alla produzione di ricchezza e non di (plus)valore. Un investimento di lungo termine in ricchezza tangibile (infrastrutture, riconversione ecologica, mobilità alternativa, etc.) e intangibile (salute, istruzione, ricerca, etc.). Le questioni del genere e della natura divengono cruciali. E il welfare non si esaurisce nella erogazione di sussidi monetari, ma è intervento sui valori d’uso che costituiscono la ‘riproduzione’.

Qui torna utile la riflessione di Minsky nel suo Keynes e l’instabilità del capitalismo del 1975. La sua prospettiva è quella di una ‘socializzazione dell’investimento’, accoppiata ad una ‘socializzazione dell’occupazione’ e ad una ‘socializzazione della banca’. Dobbiamo tornare alla prima casella, sostiene Minsky. Al 1933. Ripensare un keynesismo del New Deal. Siamo alle domande di base: ‘per chi il gioco è fissato’; ‘quale è il tipo prodotto che si vuole’. Una società dove un migliore consumo è trainato dall’investimento pubblico, come motore della domanda autonoma e di un diverso sviluppo. Impossibile, scrive, senza la ‘socializzazione dei quartieri generali’, il consumo come dimensione ‘comune’, il controllo dei capitali, la regolazione della finanza, le banche come public utilities e il loro drastico snellimento. In questa ottica, per Minsky come per Parguez, lo Stato deve provvedere ad una creazione ‘diretta’ di occupazione. Lo dicevano pure Ernesto Rossi e Paolo Sylos Labini.

È chiaro che è un discorso dimezzato. Manca il lato del lavoro, non come oggetto ‘passivo’ ma come soggetto ‘attivo’. C’è solo il lato di una politica di ‘piano del lavoro’: un orientamento della politica economica al valore d’uso. Senza l’altro lato, il lato delle lotte del lavoro socializzato, non si va da nessuna parte. Ma come lamentarsene troppo, quando la sinistra si scorda entrambi i lati e recede alle spalle di un keynesismo radicalizzato? La questione che abbiamo davanti non è nazionale e non è tecnica: è politica e sociale. Ed è europea. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe affrontarla su questa scala: continentale. Non mi illudo che questa coscienza sia diffusa. In fondo, spesso, quando va bene, ci si barcamena tra alternative protezionistiche, acrobazie salarialiste, proposte di basic income, e così via. O si affoga nella confusione del lavoro o della moneta definiti beni comuni, o si chiama a occupare le sedi europee per ascoltare le lezioni degli economisti critici. Se la natura della crisi è quella che si è detta in queste pagine, e dunque se questa è la sfida, vi è la necessità che si metta mano ad una sinistra di classe. La sinistra alternativa è morta: prima ce ne si accorge meglio è. “

Sulla questione dei forconi, e del progetto di riciclo ideologico neofascista, suggeriamo due link:

-Il comunicato stampa dei comunisti anarchici FdCA sulla questione

-Un sunto delle posizioni abbastanza confusionarie della destra estrema italiana, su A rivista anarchica. Fedeli… alle linee.

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