rimarchevole…

un blog di provincia…

A cosa servono i manganelli?

Voglia di guerra civile. Si sente sempre più spesso parlare di risposta alla violenza della polizia, di massa che deve ribellarsi con le armi, perché “questa non è democrazia”.
Pure la Luisa Muraro ci gira intorno nel suo ultimo scritto, si è fatta fare anche una foto nuova per la promozione del Pamphlet, ove sembra lo zio Sam che col dito puntato chiama alle armi (e ovviamente ce lo dirà lei, col suo sapere matriarcale, quanta dose di violenza giusta dovremo usare per scalzare gli attuali governanti).
Tutti/e anelano al “pensiero forte” e a “gesti forti” , immemori delle cazzate degli anni di piombo( ?), auspicando la battaglia senza pensare ai contenuti di una estrema sinistra italiana, e di un movimento generalizzato di protesta, pieno di galli che si beccano tra loro e mosche cocchiere, italici personaggi distruttori del lavoro comune di tanti nel sindacato, nel movimento ambientalista, nel femminismo, nei luoghi della socializzazione.
Tanta necessità quindi di riflettere su di noi, oltre che di capire cosa fare.
Ma parliamo di metodo; è comprensibile la rabbia e la frustrazione del vedersi caricare da branchi di uomini armati in occasione di manifestazioni di piazza, o del solo vedere immagini di persone inermi prese a botte da solerti “tutori dell’ordine”.
E’ necessario però riflettere a fondo sulle meccaniche della repressione e non lasciarsi trascinare  verso strade inutili o addirittura controproducenti per le lotte  in corso, le vertenze che dobbiamo vincere, il necessario rinnovamento evolutivo della politica di questo paese.
Primo punto: il nostro non è mai stato un sistema “democratico”, nemmeno negli anni in cui il voto popolare per il Pci e l’estrema sinistra consentiva una presenza forte in parlamento. Semplicemente perché le persone non erano comunque coinvolte direttamente nella gestione dell’interesse pubblico, il sistema era gerarchico, la rappresentanza era comunque pilotata dai grossi gruppi di pressione economico-finanziaria. 
A quei tempi abbiamo assitito alla strategia della tensione sino al disgregarsi politico nella sinistra verso il liberismo; oggi, sebbene l’evoluzione dello scenario del Dominio si sia ancora più sgretolato in grandi gruppi di interesse finanziario globalizzato, la tecnica riuscita di escludere dal parlamento la sinistra reale del Paese ha messo questi signori nella sicurezza di non temere grossi rischi nel procedere della legiferazione a loro favore (privatizzazioni, delocalizzazione, controllo sociale).
Eppure continuiamo a manifestare pensando che la riuscita delle discesa numerica nelle piazze e sui media delle masse possa “convincere” il governo a cambiar piani! Ragioniamo: essi non cambierebbero piani nemmeno se scendessimo il 5 milioni in piazza, viviamo in un regime, i piani si cambiano se si cambia il Parlamento.
Quindi dovremmo cambiare l’opinione pubblica reale e non quella virtuale dei tg o quella dei berlusconoidi.
Ma dicevamo: assistiamo all’intervento della polizia a scopo repressivo solo nei momenti in cui c’è il reale rischio di un compattamento di massa della protesta, come a Genova, in questi casi l’uso degli infiltrati ed il favorire l’esecuzione e la ripresa di momenti di teppismo, che danno l’alibi di fronte all’opinione pubblica per un pesante intervento armato, è la prassi. Vengono anche operate azioni dissuasive violente se si svolgono manifestazioni simili in più città che potrebbero incentivare reti di azioni di protesta a lungo termine, come nel caso studentesco.
Molti/e non  se ne rendono conto e inneggiano alla guerriglia, senza capire che l’assenza di una vera coscienza e pratica non -violenta, di un movimento che spiazzi la tecnica poliziesca, sarebbe la migliore difesa dai pestaggi e dalle strumentalizzazioni dei mass-media.
Per vera pratica non-violenta e sua coscienza intendo la riflessione e l’analisi delle tecniche MECCANICHE della repressione poliziesca, fatta a fine strategico con la consapevolezza che la manifestazione di piazza o il presidio non sono fini a se stessi o finalizzati alla mera espressione di dissenso ma dovrebbero essere parte di uno scopo: riuscire a contestare, a protestare, a sensibilizzare l’opinione pubblica portando le persone alla SCELTA di gesti politici che boicottino nella sua trama diffusa il sistema politico attuale.
La manifestazione di piazza cioè è solo uno dei momenti che abbiamo, non deve essere considerato come preponderante, e soprattutto dobbiamo cercare di vedere il scendere in piazza non col solo obiettivo di finire sui Tg (possibilmente illesi) ma con il fine di comunicare con la gente, con la città, e di continuare a lavorare ancor più numerosi, e non scemare dopo le manganellate.
Per questo il cambiamento da manifestazione-corteo a manifestazione-occupy che abbiamo vissuto di recente è positivo perché segnala che la necessità di unirsi nel confronto e compattarsi lavorando stabilmente è diventata cosciente.
In un articolo di prossima uscita su A rivista anarchica, intitolato “Critica della ragion violenta”, ho esaminato più a fondo le ragioni della tattica non violenta, vorrei aggiungere circa la pratica di lotta che è il momento di fare un salto di qualità nel pensare le manifestazioni:
innanzitutto dobbiamo CAPIRE che per le “Forze dell’ordine” noi non siamo che un gregge da gestire, il termine “carica di alleggerimento” così tanto usato in questi giorni dai Tg per definire le azioni di pestaggio della polizia è chiaro. Ci dice che se l’avvicinamento a posti simbolici del potere (ministeri, piazze presidiate, banche ecc.) diventa “pesante”, allora i militari intervengono per disperdere una parte dei manifestanti. Ciò avviene in modo brutale e automatico: sta a noi, nell’organizzazione delle manifestazioni, gestire allora in modo strategico i cortei, per non dare modo a questa presenza militare di attaccarci ma poter continuare a manifestare e comunicare con la città. Sappiamo che lo faranno comunque ma dobbiamo cercare di evitarlo in ogni modo.
Innanzitutto operando un deciso rifiuto del teppismo inutile e isolando anche gli infiltrati, che in questo momento sono tanti e ben radicati, putroppo. Usiamo la tecnica della manifestazione  diffusa in più luoghi, anche lungo le strade, per prevenire lo sgombero ma essere molto visibili.
Non è un caso che lo scorso 15 ottobre la polizia, grazie al teppismo indiscriminato lungo il corteo e nel luogo di arrivo, sia riuscita ad impedire l’occupazione pacifica della piazza da parte dei manifestanti, ma è dell’azione non-violenta ripetuta e disseminata quella di cui chi domina ha più paura, perché crea dissenso diffuso e ci fa vincere su un terreno che non possono affrontare: la presenza sul territorio. Mentre è molto facile per il potere repressivo intervenire volta per volta in situazioni di contestazione non coordinate tra loro e nelle quali per giunta si può usare la stampa per riportare disordini sapientemente manipolati.
Con una sinistra distrutta e particolarizzata, una leadership dei movimenti tutta la maschile e un immaginario pieno dei luoghi comuni contemporanei (la preminenza dell’immagine e dell’importanza dei mass media sul contatto con la gente vera, la predisposizione allo slogan invece che al lavoro metodico e concreto sul territorio, il simbolismo del “guerrigliero”) finiremo nei soliti autunni “caldi” con gli scontri in piazza visti in tutti gli anni di governo Pdl (ma anche ai tempi del Pd con le cariche contro le occupazioni delle piazze, ad esempio a Napoli), le decine di feriti, i processi… cosa cambierà? Arriveranno le elezioni, e scopriremo che abbiamo passato il tempo a guardare le foto e gli ignobili tg sugli scontri invece di chiederci come si può fare a usare la stessa forza che ci ha fatto vincere il referendum sull’acqua per cacciare la vecchia classe poltica di questa merda di paese, e cambiare le regole.

“Critica della ragion violenta. Per un’etica popolare non violenta”. Esce su A rivista a novembre, vi aspetto su questo blog per i commenti.

“A volte la gente protesta/e scende per strada a cantare/è come vedere una festa/il popolo intero che va/la rabbia non ha alternativa/laddove l’amore non c’è/ma attenti che la rotativa/si porta la rabbia con sé”. (Chico Buarque).

Le recenti vittorie dei movimenti autorganizzati, il referendum sull’acqua pubblica, la tenuta del movimento No-Tav, le manifestazioni operaie in tante città, la protesta animalista contro Green Hill. Ma di contro la disfatta della manifestazione del 15 ottobre a Roma, i referendum traditi, i postumi della reazione fascista alla contestazione del G8 di Genova. Tutto ciò impone una riflessione drastica sulla violenza e sul suo uso da parte dei movimenti…”

Francesca Palazzi Arduini.

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