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Scontro tra Titane!


Scontro tra Titane. Due eroine dell’intelletto di sfidano sul senso del Pudore.

Scenario: il Festival del contemporaneo, in una canicolare nottata di Luglio. Frotte di giovani, meno giovani e famigliole migrano per le strade della città alta tra offerte di olive all’ascolana, drink, concertini, comici e pornostar allampanate che credono di essere spiritose … anzi, non lo credono, cercano solo di tirare a campare.
Mentre in un blasonato cortile della vecchia cittadina marchigiana la giovanissima lolita del sesso cerca di scompigliare gli ometti convenuti ad ascoltarla con affermazioni spudorate che riescano a scioccare le ottuse menti e suscitare il nuovo dell’andropausa, due tra le migliori mitiche menti del centro Italia si sfidano ad un dialogo sul Pudore.
L’appuntamento è in una ampia grotta in uno scenario di fantasia, gli spettatori della sfida, muniti di patatine e pop-corn vedono arrivare lei Lycia, la più matura, seducente campionessa dell’arcadia e della libera eterosessualità. Giunge su una barchetta simile a un mezzo guscio, dorata ed ornata di allori, trainata da cigni nel fiumiciattolo di Chanel n.5 appositamente fatto preparare dal Patròn del Festival, Canino Ercole.
Tra campanellini e suoni di magiche cetre, approda. Mentre assesta le sue succinte vesti sul ligneo tronetto portato dalle sue candide accolite, desiderose di ascoltarla e già prese come da uno stato di trance, giunge la temibile sfidante:
è la giovane e bionda Omnia, gladiatrice della filosofia femminista, vestita di un attillato abito in cuoio nero ornato di borchie, avanza sicura scuotendo i biondi selvaggi capelli e una lunga frusta a sette code che sibila nell’aria. I suoi fedeli servitori gay, timidi e bruni ma dai muscoli torniti, le porgono il sedile di pietra sul cui schienale è scolpita la testa di un ruggente leone.
L’arbitra del duello, che arruffata a passi pesanti solca lo spazio quadrato delimitante l’arena, presenta le sfidanti promettendo indi libagioni di verdicchio e un sano divertimento. Viene fatta rotolare una moneta per decidere chi sarà la prima ad attaccare, e il conio di una pantofola decreta che Lycia parlerà. Eccola dunque, con voce dolce e suadente, iniziare la tenzone spargendo parole sulla grecità, con argomenti classici e infallibili ella crede di perorare la causa della pudicizia, dell’amore etero e tenero che gode dei suoi segni segreti, del suo codice, della sua intimità, con parole terribili poi spaventa gli astanti evocando il dio Apollo, il terribile e/febo che impaurisce con la sua capacità di svelare la verità, la nuda carne, la irresistibile attrazione di ciò che lo sguardo non può evitare. Lycia, lanciando intorno piccoli foulard di Hermes che vanno a depositarsi svolazzando sugli attributi maschili dei convenuti (già comunque opportunamente vestiti), invoca la pudicizia e l’amore vero, e per finire si lancia in una invettiva contro la sciocca pornografia, priva di parole e di inventiva, ed evoca il fantasioso mondo della tenerezza erotica inducendo in chi ascolta una irresistibile nostalgia dei film in costume con Deborah Kerr.
Ma l’aria ora mite viene solcata da un tuono, è lei, Omnia, che lancia il fulmine della modernità pronunciando le terribili parole “oltraggio al pudore” e “costruzione del senso del pudore”, all’improvviso, la storia irrompe sulla scena presentando il fantasma della fedeltà coniugale e della pudicizia, che solo la donna è tenuta ad osservare, e svelando bruscamente la statua di Afrodite i cui seni Lycia aveva ornato di sete, Omnia la riduce in topless. Quale la costruzione del senso del pudore, cui la donna deve attenersi per scegliersi il coniuge da seguire in fedeltà e procreare? Quale la rete di regole e norme cui la donna deve attenersi per risultare agli occhi del mondo buona e brava moglie? All’improvviso, irrompono in scena le Erinni che inscenano un breve corteo gridando vendetta contro i mariti cornificatori e consumatori nei secoli di pornografia, contro coloro che predicano la virtù femminile e dettano le leggi del pudore e del desiderio femminile. La procace e timida Lycia, colpita dal vento delle grida, cade all’indietro a gambe all’aria mentre Omnia si piazza sicura al centro dell’Arena e rivolta agli spettatori incita alla ribellione contro l’Arcadia romantica ma conformista e invita le fanciulle presenti alla rivolta contro i Padri, ed anche contro Rousseau e gli Istitutori.

Non passa un minuto però che Lycia con grazia non si rialzi e con graziosa violenza non lanci un terribile colpo omerico: il racconto dell’intima relazione d’amore tra Ulisse e Penelope, al ritorno di questi dopo (a suo dire casti) vari scorrazzamenti nel Mediterraneo. Che Penelope non lo voglia riconoscere non è, a suo dire, segno che si fosse ormai abituata a farsi i cavoli suoi in libertà, ma pudore, richiesta di certezza nel riconoscimento dell’amato cui più di ogni altra cosa e della sua tela lei brama. All’effluvio della maschia tenerezza d’Ulisse Omnia indietreggia perplessa e lascia il campo a Lycia, la quale imbracciando una piccola arpa argentata canta la descrizione che Ulisse fa della costruzione del talamo da un piede di ulivo, come egli ne racconti le tappe quasi parlando di una amante. Insomma come farebbe un uomo di oggi parlando della sua moto. Guai al maschio che cede alla facile tentazione di un De Sade!- prorompe accorata la godiva Lycia, – sciocco e perverso nella sua ricerca dell’atto in se stesso, privo di tenerezza, guai al pornodivo, che in realtà è stanco del suo lavoro e vorrebbe essere Ulisse, o comprarsi una tabaccheria e trovarsi una moglie, ammonisce Lycia, e al suo ammonire le accolite piangono e Omnia pone la mano sotto il suo mento pensosa.
Di colpo entra in scena l’arbitra, che concede pochi minuti ad ognuna per usare le ultime armi. Le due a questo punto si spostano nella parte più vasta dell’arena, sulla cui sabbia sono poggiati enormi massi. Tocca ad Omnia attaccare, e lo fa lanciando da lontano un masso ben pesante: Rocco Siffredi. La pornografia è un esercizio certo vano e ripetitivo, ella dice, ma noi non faremo moralismi, perché impedire a Rocco di essere il divo che è, nel suo facile e in fondo umano impiego? Ma mentre Lycia tenta schivare il colpo, la temibile astuta Omnia, pronunciando le sacre parole “Judith Butler”,  lancia la sferza della libertà femminile e dell’orientamento sessuale, incitando la folla a narrarsi i propri desideri e a scoprire la propria verità al di là delle rappresentazioni classiche. A questo incitamento il fantasma del pensiero unico maschile rabbrividisce, Lycia barcolla ma sempre piena di grazia si fa avanti lanciando piccole pietre con grande abilità: i nomi dei classici della letteratura romantica aprono un varco di fronte a lei e a colpi di Bronte e Marguerite Duras raggiunge di nuovo il suo scranno chiedendo agli invitati di considerare come in fondo l’eterosessualità conceda anche alla donne di indossare durante il corteggiamento cappelli maschili, e cinture dei fratelli, appropriandosi dei segni dell’altro ed affrancandosi dalla famiglia di origine, nella dolce strada che porta a divenire Donna seducente e sicura, fors’anche nell’avanzata età una Matriarca. Il pudore nel rituale lascia il posto alla provocazione dell’erotismo, Lycia si erge in tutta la sua sicurezza.
A questo punto è Omnia a sollevare un masso di una grandezza epocale, ed evocando la libertà femminile, le travestite degli anni ’50 e il Gay Pride, al cui nome Lycia nasconde il viso quasi fosse una luce accecante, domanda cosa sia la spudoratezza nel contemporaneo … la risposta spazza a terra Lycia colta alla sprovvista, la risposta è la libertà sessuale che pare spudorata se non è contenuta nei canoni conformisti ed etero sessisti, …non contenta, Omnia, bionda ed impietosa nonostante l’apparente clemenza, cita Marx, nella platea corre un brivido di paura, cosa vorrà fare?
Proprio nulla, perché Lycia con raffinate arti di lettrice tratta affinché dalla tenzone si esca alla pari, lei accompagnata dalla lettura di un suo brano erotico che descrive il sacro Fallo nelle sue trasmutazioni, Omnia con la promessa che l’avversaria sarà sottoposta ad una visione integrale a scelta o di 400 puntate di Beautiful o del film storico – lesbico Viola di Mare. Del resto la figlia di Gianna Nannini non si chiama forse Penelope?

Dada Knorr, una serata a Popsophia, Civitanova Marche, luglio 2012.

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 15, 2012 da in acidofile, cultura gaya con tag , , .
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