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Come evitare che 500mila persone restino ostaggio di qualche gladiatore.


La lotta politica si può fare anche con la forza, per difendersi, per riprendersi il maltolto, e si decide nei luoghi delle lotte, sul posto di lavoro, sul territorio. Ma il teppismo non è lotta politica, è a-politico, è autoritarismo verso chi non lo sceglie e se lo ritrova alle spalle negli spazi di manifestazione, è spettacolo per le videocamere, è il solito avanguardismo di merda.

Assistiamo all’eterno spettacolo dell’Italia maschilista: bande contrapposte che si insultano dagli spalti del parlamento, tifoserie incarognite, teppisti che scorrazzano lungo un corteo con la polizia che da vita ai soliti teatrini e blocca un corteo di 500mila persone, maschi imbelli che applaudono altri maschi che mettono in scena il teatro della devastazione, quella che cova dentro le frustrazioni di un paese razziato in cui sopravvive ormai chi è più svelto a correre o a usare il joystick della Playstation.
Non possiamo addossare agli organizzatori della manifestazione la responsabilità di non aver saputo gestire il corteo, perché faremmo il gioco dei provocatori. Possiamo chiederci come mai i teppisti abbiamo ancora buon gioco a usare simboli anarchici e dei centri sociali, mentre la maggior parte del movimento non li ospita e però tace invece di dire una chiara parola, quella che finalmente anche su Indymedia ieri molti hanno scritto: “stronzi, basta”.
Occorre che tutto il movimento antagonista, anarchico, dei centri sociali, del sindacalismo di base dica chiaramente che il teppismo non deve essere tollerato, esattamente al pari delle violenze della polizia.
Già dai tempi del G8 di Genova noi donne abbiamo criticato duramente l’assetto da guerriglia e l’intento di “fare territorio” di parte del movimento, che ha emulato così il gioco tutto maschile della partita e della battaglia campale lasciando spazio simbolico a chi poi, scatenandosi sulle strade, ha fornito alle forze repressive un alibi per massacrare la gente.
Abbiamo visto la fascinazione dei media, che si sono concentrati quasi esclusivamente sulle scene di guerriglia, e sappiamo quanto l’odore del sangue scateni la curiosità morbosa di chi assiste da sempre fuori dalle scene, come privilegiato, ai tentativi politici delle masse.
La realtà è LAMPANTE: è stata tolta voce al corteo, che è rimasto muto, i media si sono scelti come interlocutori coloro che hanno saputo, o col teppismo o con la simbologia, caricarsi di significato di Brand meglio vendibile, e per essere vendibili oggi occorre essere ripetitivi, monotoni, concisi, sterili e fumosi come il lacrimogeno CS si cui le forze dell’ordine si servono. Ma il fumo negli occhi non può confonderci anche oggi.
La manifestazione autoconvocata, così partecipata e multiforme, ha dimostrato che i partiti in Italia non contano più nulla, non esistono più come interlocutori politici ma solo come portavoce delle lobbies economiche dominanti. L’avevamo capito anche in occasione dei cortei femministi del 13 febbraio, il cui successo, che il Pd come sempre ha tentato di foraggiare e poi cavalcare, è stato dovuto alla partecipazione della base cittadina e femminista di tutte città e non certo ai soli spot delle organizzatrici. Un evento limitato era diventato una grandiosa manifestazione di massa.
Il corteo del 15 ottobre ha portato con sé un’altra Italia, alla quale si può restituire la voce solo con pochi chiari mezzi:
definire la fine dei meccanismi di delega nello stile partitico, sempre e ovunque, e attuare un sistema di rappresentanza dei movimenti e di coordinamento tra di essi che fornisca garanzie sulla orizzontalità e apertura, trovare il tempo per capirne i meccanismi facendo un salto di qualità nell’organizzazione politica trasversale.
uscire dalla trappola della “lotta alle banche” ed trovare una precisione in obiettivi politici che ostacolino i veri protagonisti  di questa “crisi”, che non è crisi del ‘capitale mondiale’ (i cui colori, e i cui strumenti di autoregolazione sono comunque e sempre nocivi per le popolazioni) ma della democrazia. Il capitalismo va combattuto nelle scelte politiche del governo, dei capitalisti e delle multinazionali e non davanti ai bancomat.
dare più voce alle donne, le uniche che possono farsi garanti con metodi femministi per una espressione di lotta che sia non violenta
organizzare la presenza territoriale delle voci del 15 ottobre dandosi obiettivi politici concreti definiti non dai soliti leader partitici, parolai, ideologi improvvisati ma da chi lavora nei movimenti stessi e da chi mette a disposizione le proprie competenze. E’ ora che chi sa usare il cervello e le mani, e non solo la bocca e la penna, prenda l’autorevolezza che ha.
così in ogni comune d’Italia: coordinamento del sindacalismo di base, coordinamenti cittadini dei movimenti e delle organizzazioni politiche per i bilanci comunali socializzati, coordinamenti ambientalisti che non siano l’espressione delle etichette di partito ma che lavorino concretamente sulle vertenze in atto rispetto ai beni comuni, presenza femminista organizzata sui problemi del territorio che coinvolgono la differenza di genere,coordinamenti territoriali sul problema della casa, del mutuo soccorso, degli spazi sociali.

Un commento su “Come evitare che 500mila persone restino ostaggio di qualche gladiatore.

  1. centrodonnaurbino
    ottobre 17, 2011

    sono d’accordo con l’analisi della giornata di sabato; un pò meno con la parte propositiva e totalmente apartitica.Anche io credo che i partiti più grandi siano falliti nelle modalità rappresentative, anche grazie al bipolarismo, ma le modalità organizzative di un partito sono da rivedere nella organizzazione gerarchica ma non da cancellare. Questo perchè vediamo che l’organizzazione di base, diciamo movimentista, ha molti lati scoperti nella modalità organizzativa e nella efficacia operativa. Fondere le due cose sarebbe auspicabile, senza leaderismo si intende.

I commenti sono chiusi.

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