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Un Paese piccolo piccolo… omaggio a Mario Monicelli

Domenica 20 febbraio, presso il Centro di documentazione ‘Franco Salomone’, dalle ore 18.30 in poi omaggio a Mario Monicelli con proiezione delle interviste, visione del documentario da lui girato sul suo quartiere “vicino al Colosseo… c’è Monti” e altre sorprese, più apericena. Il Centro Salomone è in piazza Capuana 4, nel quartiere Fano2. Organizza Alternativa libertaria, altlib@altraofficina.it
 

The Monicelli Window. The Binetti Wall.

Abbiamo ricevuto la notizia a fine novembre. Uno dei più grandi registi italiani si era gettato da una finestra dell’ospedale in cui era ricoverato, in attesa di una morte per tumore.
Il tempo è fuggito, il finale è giunto repentino, le immagini grigie di una sagoma su di un marciapiede in una fredda alba si sono schierate dietro le nostre palpebre, confuse, squallide, repentine, evanescenti. Noi non sapevamo, non potevamo giudicare le scelte fatte nell’anzianità da un uomo che di fronte alla morte si trova un giorno da solo e decide di non prolungare nessuna agonia, di sfuggire alla sorte anticipandola.
Certo, potevamo giudicare il nostro Paese, “un Paese piccolo piccolo”[1], nel quale si osteggia l’idea che le persone malate terminali possano pianificare le proprie cure finali e la propria morte. Degnamente, senza obblighi, senza pressioni. Assieme agli amici e allo stesso personale sanitario. Una “fine” sociale?
Forse per Monicelli l’idea di morire con attorno varie facce era insopportabile, oppure avrà immaginato ironicamente una morte con cerimoniale: la sfilata delle autorità per l’estremo saluto, i giornalisti sotto le finestre, i fiori ed i servizi pronti da prima, i salamelecchi anche di chi non sopportava. Sarebbe stato questo, nell’Italia della Vita in diretta, l’onirico scenario della morte programmata di un noto regista?

La capacità d’ immaginare i tempi, le sequenze, e di architettare le scene è propria del regista.
Ma illusi noi, se credevamo che solo gli amici veri e i suoi affetti avrebbero potuto giudicare questo finale e giudicarsi anche. No, qualcun’altra c’era che doveva giudicare: l’onorevole Paola Binetti[2], dagli scranni del Parlamento.
Per lei nessuna morte che non sia quella della persona deposta su di un letto d’ospedale, circondata da cure obbligatorie, profuse sino allo stremo, è degna dell’essere umano. Occorre vivere. E’ d’obbligo, sino a che il male generato da cause innaturali e spesso umane (non è la morte per cancro in ascesa?) ci porti, aiutato dalla medicina che ne prolunga le spire, a esalare l’ultimo respiro.
Quel gesto di disperazione è un gesto di solitudine ed è un gesto che è maturato in ospedale … e forse non ci si è accorti di quanto era depresso. Non ci si è accorti di quanto fosse profondo questo senso di smarrimento esistenziale …” proclama Binetti decidendo che la morte in sé non deve contenere disperazione, … e se ce l’ ha ci sono gli psicofarmaci e la contenzione?
Evidentemente lei deve avere già personalmente vissuto la morte molte volte, si è reincarnata e lo ricorda. In base a quale esperienza può altrimenti affermare con tanta sicurezza che di fronte alla morte si prova o no disperazione o che il regista fosse disperato quando ha scelto di morire? Di-sperare: non avere speranza, non è forse disperazione l’annuncio stesso della stimata impossibilità di curare oltre un male oltre il suo, il nostro limite?.
Anzi di più: non ha forse determinazione chi vuole porre fine al dolore e all’angoscia e decide di prendere in mano la sua sorte? Non è forse una determinazione questa, pari in dignità a quella di chi invece attende, per non perdere anche un secondo, un attimo di uno sguardo, di un barlume di lucidità?
Nella memoria armata di Binetti sono accuratamente cancellati tutti i dati che dicono che nel mondo vi sono tante esperienze di aiuto alla morte, i suicidi assistiti che lei più avanti includerà sbrigativamente nel termine “eutanasia”. E tanti, tanti altri casi, di persone assistite, amorevolmente o no, sino ad una conclusione penosa e artificiale che proprio non volevano. Forse nella sua mente marziale è cancellato anche il gesto di fastidio o di disperazione del suo vecchio Papa, che si dice, sussurrò al chiuso del Vaticano “lasciatemi morire”.

M. è morto solo, perché lo abbiamo lasciato solo, perché lo hanno lasciato solo i suoi amici.” Ecco la sentenza di Binetti, la sua è una condanna degli amici (Amici Miei o suoi?) e del regista stesso che non ha voluto, secondo lei, o saputo tenerseli per le evenienze.
Ma non è oscenità, disumanità, questo sentenziare pubblicamente, dai banchi del maggior palcoscenico politico del Paese, sulla vita privata di un uomo? A quali servizi segreti, gossip o chiacchiere da Buvette si affida Binetti per decretare sulle scelte amicali di Monicelli? Che ingiustizia che sia proprio una donna, in questa istituzione maschilista e con questi parlamentari, a dover dare spettacolo!
“Per piacere finiamola, finiamola, questi sono uomini disperati, non sono un gesto di libertà, è un gesto di solitudine, è un gesto di smarrimento, è un gesto che condanna tutti noi.”
E qui sta il punto: per Binetti il corpo è pubblico, ecco perché tanto esercizio di impudicizia.
Se qualcuno la sciocca con decisioni che lo Stato cattolico di cui è portavoce non ha potuto controllare, per lei si tratta di una disfatta. Non è una questione di amicizia né di umanità, di quelle cure e quel “esser vicini agli anziani” a cui poi accenna per vestirsi di compassione, è una questione di controllo.
Passa in secondo piano quindi (ma già si capiva) l’uomo Monicelli, quello che conta è che si ribadisca che nessuno può morire come vuole in un Paese dove fino a qualche tempo fa la Resurrezione dei morti era credo ufficiale. Si vede che occorre mantenerli in buono Stato per la Gloria di Dio, ecco perché il Prèmier è un vero credente, sotto sotto è lui il cattolico di ferro coi suoi capelli tinti pronti per il Giudizio … divino .

“… questi sono uomini disperati”, se Binetti credesse nell’esistenza dell’anima, parlerebbe così di Monicelli? No di certo, e nemmeno lo includerebbe al plurale in una lista di illustri suicidi, così il regista è veramente morto per lei, come un nome privato di una sua personalità e del quale si può parlare come fosse roba vecchia, così Binetti oggettiva Monicelli, senza timore di essere giudicata da lui in quello che dovrebbe credere essere un Al di là. E’ incredibile come l’immaginario di certi credenti rispetto all’anima e al post-mortem sia così arido, non per niente i migliori film sull’Al di là sono stati fatti da registi materialisti.
E come l’umanità, della quale i cattolici come Binetti si fanno campioni, sia meglio rappresentata nell’arte come nella vita dai suddetti peccatori, che un tempo andavano seppelliti in “terra sconsacrata”.
Pare quasi che la Fede sia un appretto congelante. E’ Binetti stessa a riconoscere freddamente in Monicelli la capacità di rappresentare l’umanità “facendoci sorridere dei nostri limiti e probabilmente spingendoci anche a una sorta di critica auto costruttiva …”, ma è chiaro che per lei il fine della cinematografia deve essere … “edificare”. C’è stato un tempo in cui gli italiani erano anche mentecatti, emigranti, ladruncoli, vendi-patacche, zingari … nelle storie di De Sica, come in quelle di Monicelli vedevamo gli italiani di tutti i giorni. Ora invece è calato lo spettro della distanza, della paura, del giudizio, dell’italiano da reality. Si badi bene: non che non si debba giudicare, soprattutto se stessi, ma qui il fine ha di gran lunga eclissato i mezzi, ormai si giudica per interposto gossip, e si è parlato (o urlato) ancor prima di aprir bocca.
La stessa “compassione” ha assunto una tinta gelida e si adorna di un tono alienante.  “Basta credere che morire sia libertà perché qualcuno non ti dà una mano. Io credo che noi dobbiamo recuperare in questo una diversa sfida ad andare incontro a chi soffre …”, è così:
si tratta di un andare incontro della Binetti verso il muro, quello tra lei e i sentimenti delle persone, che saranno sempre mediati dai Credo, dai Pater, e soprattutto da una Fede di cemento. Perché lei NON è quella che soffre, lei è quella che va incontro.
La retorica Pro-laica in quella discussione parlamentare non ci è bastata: troppo sbrigativi, troppo convinti di un eroismo ipotizzato alcuni, troppo preoccupato il Pd del voto cattolico per dire veramente come stanno le cose in questo Paese di ipocriti nel quale, è vero, i veri amici spesso li riconosci proprio quando ti danno una mano in ospedali fatti di corridoi come incubi. E magari ti danno proprio una mano a morire in pace. Non ci stupiamo che Binetti costruisca il suo muro di sentenze su questi silenzi.
Sarebbe stato bello vedere la scena parlamentare rovinata da un filo da bucato che, lento lento, da una qualsiasi finestra scorreva fino a impedire la vista, grazie ai panni stesi ad asciugare.

Francesca Palazzi Arduini.


[1][1] Alternativa libertaria ha dato questo azzeccato titolo ad una rassegna di film e documentari di Monicelli.

[2] Paola Binetti (UdC), intervento del 1 dicembre 2010.

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