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Perché in Italia la vecchiaia è tragedia…


E così anche il regista Mario Monicelli, come lo scrittore Franco Lucentini nel 2002 (o come il filosofo Gilles Deleuze nel 1995…) si è gettato giù per non continuare nella sofferenza. Ma tanti altri anziani (soprattutto uomini perché noi donne culturalmente abbiamo diversa abitudine alla sopportazione) scelgono soprattutto nel nostro Paese di rinunciare alla vita un attimo prima di divenire solo oggetto di pratiche mediche, un corpo muto sul quale si esercita la medicina come fosse un sadico intubatorio giardinaggio.

Perché un intellettuale, un artista di questo calibro non ha potuto scegliere di andarsene senza doversi gettare di fuori ma semplicemente chiedendolo? Certo è assurdo anche farserla questa domanda, in Italia, scenario che vede quotidianamente episodi di accanimento terapeutico ingnobili, volti a tenere in vita persone che non esistono e non esisteranno più cerebralmente, un’Italia nella quale un presidente del Consiglio dichiara che Eluana Englaro, una donna in coma e con gravissime ed irreversibili lesioni cerebrali andava tenuta in vita perché “potrebbe avere dei figli”.

L’industria della vita obbligatoria ci imprigiona in un labirintico corridoio di cure anche quando queste si rivelano inutili e disumanizzanti, anche quando non abbiamo più la forza di parlare, e soprattutto se in nostri cari sono lontani e passivi. Il nostro corpo non ci appartiene. Viviamo in una società e in uno Stato nel quale non solo non c’è più una moneta sovrana ma in cui (e ce lo ricordano le battaglie contro la legge 189, la legge 40, il divieto di eutanasia e l’ostilità al testamento biologico) il nostro corpo non è nostro.

L’ipocrisia del clero (che sa come procedere in silenzio alla buona morte per i suoi porporati mentre la vieta agli altri) è palese. Il gesto disperato di Mario Monicelli è un monito per tutti noi: non arrendiamoci alla cattiva morte, riflettiamo su come sia necessario rivalutare e difendere la nostra vecchiaia sottraendoci all’industria-lager ospedaliera. Come femministe riflettiamo sul lavoro di cura degli anziani nel nostro Paese.

Infine, a lui un ringraziamento per aver avuto ancora coraggiosamente fiducia nel vuoto; a tutti quelli, attori famosi, registi, parenti, personalità, che si sono subito “rammaricate” di non essere andati a trovarlo in ospedale, in caro .”..ma vaffa!”.

Dada Knorr.

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