rimarchevole…

un blog di provincia…

Giardini, confini e fagioli magici nella grigia città.

(Un omaggio scritto in stile Libro Cuore ai fautori del Guerilla Gardening, segnalato anche  a Fano ma spesso vittima di un “romanticismo di riporto” di chi vi assiste che cela la cattiva coscienza. L’immagine del Foro Boario, oggi trafficato parcheggio di auto, è tratta dall’archivio del sito La valle del Metauro)

Passando lungo ogni strada, da quelle più riservate e strette ai trafficati raccordi, non c’è casa che non mostri nei suoi spazi esterni la sua cornice di verde. Può essere angusta, e polverosa, riservata a striminzite e secche falde di cactus, oppure, egualmente, riservarsi a palle di spine che sembrano essere state poste a guardia su finestre troppo esposte al condominio. Oppure può essere pazza, singolare teoria di verdi esotici e misti, dagli alberelli contorti che ricordano pagode alle siepi scure che si staccano con incredibili fioriture di piume rosse. Altri, più pratici, hanno deciso di avere ulivi di fronte a casa, alcuni, ignobili e spropositati, enormi tronchi contorti che nel viaggio dalla loro terra al marciapiede avranno subito troppe potature, al mite ulivello, sorretto da opportuna spalliera, che cresce speranzoso accanto al portone, fornendo già il primo secchiello di olive che poi, nere e guarnite di scorza d’arancio, faranno bella nostra nei vasetti esposti al fresco autunnale sulla finestra. Lo spazio spesso è poco, e proprio dove è poco assistiamo alle fantasie più audaci ed agli accostamenti più raffinati, rivelanti come l’Arcimboldo manie e sogni degli abitanti.

I pochi fortunati possessori di grandi giardini e di parchi hanno gioco facile, generazioni di giardinieri a disposizione, oppure architetti che suggeriscono mute e signorili oasi di betulle, altri, meno altolocati, ricorrono alle disposizioni industriali dei supermarket del verde, e piantano anche tutto ciò che, secondo le ricorrenze e le stagioni, gli capita in casa,giungendo a far conoscere tra loro piante di ogni origine in un multietnico universo verde; osceni cestelli di piantine carnivore pendono dai terrazzini e lungo i vialetti. Anche le piante viaggiano, lavorano, sono consumate.

La pazienza di un signore che ha creato per sé, in pieno centro, come veranda una spalliera di actinidie dalle larghe foglie esotiche. La meticolosa signora che, giorno dopo giorno, non solo spazza la strada pubblica di fronte a casa, ma colleziona una fila di gerani di tanti colori da distrarre ogni passante-farfalla. L’occhio si perde, si riposa,su questi cuscini colorati a volte esposti sfacciatamente, efficienti con la loro irrigazione e concimazione, altre celati in minuscoli giardini che si nascondono agli occhi stranieri. “Hortus conclusus”, sono questi i fazzoletti verdi più difficili da scorgere, da noi trascinati dal traffico, sono esperimenti personali di estetica e vitalità fatti come esercizio e rito da chi non potrebbe rinunciare al verde, al vedere crescere, al veder rinsecchire e cambiare con le stagioni, alla soddisfazione di vedere le sue creazioni cambiare. E’ il giardino fintamente incolto quello più bello, che riserva ogni genere di sorpresa, a volte il capo di una piccola tartaruga di terra che all’improvviso fa capolino da una selva di edere, o fontane di erba che, da un prato orgoglioso e leopardato dall’estate, si alzano rigogliose coi loro pennacchi.

E’ così che il verde cittadino viene coltivato in proprio, e sopperisce al verde pubblico arido e proporzionalmente inesistente. Mentre i grandi alberi spariscono dai viali pubblici ed i parchi e giardini comunali sono decimati, mentre i kaki su via Garibaldi sono solo un fantastico ricordo, e le grandi pioppe di viale Battisti ,con le loro nevicate di soffici semi, sono state sostituite da cùltivar che producono solo secche obbedienti palline color vomito, un esercito di ulivi e magnolie guarda fiducioso il confine e spera nuovi orizzonti.

Qualche mano pietosa, intanto, fa uscire alla chetichella le berberis e le primule dai loro nascondigli e le sistema negli spartitraffico. Riecheggia il sogno selvaggio dei Pitura Freska che vive in tutte le province: la città “sarìa più sana, coltivata a pomodori e marijuana”.

L’invocazione di Patrizia Cavalli “Perdo il respiro,/ Dio, fatti valere, distruggi i giardinetti/ curati e fioritissimi. Vieni, foresta!” Pare dedicata solo a coloro per i quali l’erba del vicino è sempre più verde, ma, diciamolo, sono pochi ormai quelli che vogliono far crescere il verde solo nei loro limiti: la fame di fogliame è evidente, la sete di colori, la rabbiosa ostinazione della massaia e del suo finocchio strabordante, la pignola dedizione dell’impiegato pensionato, diventato orticultore al chiuso dei miseri recinti concessi dalle amministrazioni… Il verde impolverato scalpita. Il ciglio del canale, disboscato dai canneti e dagli orti cresciuti selvaggi da omini indomiti, si ribellerà, zappatori e piantatori folli usciranno allo scoperto, alla conquista di nuovi territori, requisendo pianure instoppite e sottraendo cigli all’asfalto. E’ il momento dei fagioli magici. Chi li ha li semini!

Francesca Palazzi Arduini

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il luglio 18, 2010 da in marche ambientalismo, rassegna stampa con tag , , .
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