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Pedofilia: la doppia morale del maschio vaticano


Abusi sessuali e morale clericale.
Riflessioni su norme e dichiarazioni vaticane.

Il fenomeno della pedofilia è stato sia in passato che oggi presentato dal Vaticano come un incidente di percorso, pur trattandosi di una presenza percentuale molto alta che certo indica un problema grave e diffuso.

La grande frequenza di pedofilia omosessuale dimostra semplicemente che un alto numero di persone sceglie la strada del sacerdozio per vivere in un ambiente omo-sessuale, contemporaneamente reprimendo il proprio naturale orientamento gay.

Ma i pochi dati a disposizione dimostrano che il “celibato” è anche, con una considerevole percentuale, “turbato” da molestie sessuali verso donne,e non solo bambine. Tutto ciò invita a tener conto che in realtà ogni soggetto mantenuto passivo, e considerato incapace di testimoniare a se stesso e agli altri la lesa dignità, può essere attraente per persone che vivono in stato di repressione sessuale.

Non è mio interesse discutere delle possibilità di sublimare o meno le energie dell’Eros, da parte di quei “sacerdoti-asceti” o “angeli” che Papa Ratzinger vorrebbe al suo servizio. Forse questo invito, per l’Occidente, ricorda più gli osceni martiri auto-inflitti e le punizioni sadiche dei conventi, che la serenità Gandhiana, l’astrazione invece che l’esperienza.

Voglio invece sottolineare quello che secondo me è il nodo di questo scandalo che agita i tabloid internazionali. Il fatto che ora, più che in passato, si sia creata un’onda mediatica su queste denunce è perché parte del clero, soprattutto quello minore, ha smesso di tacere i casi. Di fronte al disinteresse del Vaticano per questi episodi e per il disagio creato dalle pubbliche denunce, alcuni hanno deciso di smettere di portare solo su di sé il peso sia morale che giudiziario delle vicende.

Perché, si chiedono, siamo noi a dover pagare i danni dell’imposizione del celibato e delle scelte delle gerarchie romane di gestire il clero pedofilo con i trasferimenti?

Su ciò, nonostante il Vaticano abbia in queste settimane ricordato come Papa Ratzinger, anche come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede avesse imposto regole più ferree che in passato rispetto alla pedofilia, occorre sottolineare come in realtà queste regole appartengano sempre e comunque al contesto del processo inquisitorio interno, e non riguardino affatto né la necessità del ricorso alla giustizia civile né la considerazione piena del danno esistenziale inferto alla vittima.
Paolo Flores d’Arcasi pone su Micromega delle domande retoriche a Federico Lombardi, autore della Nota sugli abusi pubblicata in sei lingue sul sito del Vaticano: è vero che in realtà la “Guida alla comprensione delle procedure della Congregazione riguardo alle accuse di abusi sessuali” diffusa di recente dal Vaticano riporta la frase “Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte.” Ma questa non è presente nel documento cardine che dispone il comportamento delle gerarchie dal momento in cui esse vengono informate di un abuso, il “De Delictis Gravioribus” redatto dalla Congregazione stessa e ad essa riservato, pubblicato dapprima solo in latino e poi in italiano e latino su www.vatican.va .
In esso si precisa che le cause aperte dalla Congregazione sono soggette al segreto pontificio e non si fa minimamente accenno alla denuncia alle autorità civili. Il documento è stato redatto dall’allora Prefetto ed ora Papa, e siglato come fondamentale da Papa Giovanni Paolo II nel 2001.
La Congregazione per la dottrina della fede, in questo documento, viene indicata come l’unica dirigente i tribunali costituiti per affrontare questi casi di violenza, i quali vengono definiti “Delicta contra mores” (Delictum contra mores, videlicet: delictum contra sextum Decalogi praeceptum cum minore infra aetatem duodeviginti annorum a clerico commissum), contro la morale e non contro la persona, nel filone che aveva ispirato anche il Codice penale italiano a considerare la violenza sessuale contro le donne… delitto contro la morale, per fortuna eliminato grazie alle battaglie femministe. La similitudine tra la violenza sessuale tout court, condotta contro le donne, e gli abusi sessuali del clero è lampante: le vittime non sono/non erano il soggetto della giustizia ma l’oggetto di un regolamento di conti interno al patriarcato.
Ciò conferma ciò che scrive sul Washington Post da Sinéad O’Connor rispetto alla Chiesa Irlandese, lasciata sola dal Vaticano con la patata bollente, “Nell’ottobre del 2005 un rapporto del governo ha raccolto più di cento accuse di abusi sessuali commessi da sacerdoti tra il 1962 e il 2002. la polizia non ha aperto un’inchiesta: fu detto che i sacerdoti accusati soffrivano di “problemi morali
“Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati”. Scrive il Papa il 19 marzo scorso ai cattolici irlandesi, senza nominare la Congregazione che, unica, viene indicata quale responsabile della gestione dei casi secondo regole da lui stesso scritte, e poi ai sacerdoti rei : “Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti.” Alludendo quindi ai tribunali ecclesiastici.
Federico Lombardi, ora, si dissocia dalla linea della “giustizia separata” tenuta dai suoi confratelli rispetto ai casi di pedofilia, ma dà preminenza al problema morale interno alla Chiesa, come il gesuita Gianfranco Ghirlanda che nel suo “Doveri e diritti implicati nei casi di abusi sessuali perpetrati da chierici” nel 2002 ricordava: “certamente non ci sembra un comportamento pastorale quello di un vescovo o di un superiore che, ricevuta la denuncia, informano del fatto l’autorità giudiziaria civile…”.Ora Lombardi afferma nella sua Nota che “Accanto all’attenzione per le vittime bisogna, poi, continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo conto delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi paesi.” Ma dopo aver parlato di “collaborazione” coi civili, insiste a considerare prioritaria la cura morale non solo dei colpevoli ma anche delle stesse vittime, riducendo alla sola comunità ecclesiale (separata) il problema, nella convinzione che alle vittime stesse debba per forza interessare la permanenza nella religione e la guida spirituale del clero.
Capire quanto la mentalità del Maschio Vaticano sia chiusa in un universo solitario, nel quale conta solo la propria obbedienza alle regole della corporazione e non quanto i propri gesti danneggiano gli altri, è capire come sia debole ora l’invito alla penitenza di questo Papa, perché a nulla serve la penitenza se non a gonfiare ancora il Super-io, se non si cambiano davvero le regole e si accetta di prendere in considerazione il punto di vista altrui, e ci si rende capaci di un diverso approccio alla realtà, al di fuori dei sacri recinti e da quella presunzione di immunità (e de-responsabilità) tanto comune anche alla classe politica e funzionale, anzi necessaria, al potere gerarchico.

Francesca Palazzi Arduini.
22 aprile 2010.

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