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Otto marzo: basta con le ipocrisie!

21 febbraio 2010, ascoltiamo tra le interviste di Radio Fano, una ad Ettore Marini, presidente, portavoce, animatore (unico?) della ri-nata Associazione Res publica di Fano, sulla prossima sua iniziativa, una conferenza con Beppino Englaro.
Marini inizia specificando che la sua associazione è cambiata, si riferisce al fatto che non è più, lui dice, legata alla Lista civica “Fano a 5 stelle”, quella nata dal Meet up fanese di Beppe Grillo, che Res publica gestiva. Causò una rottura proprio quella gestione, quando, deciso di creare una lista civica dopo un disertato sondaggio sul Meet up, molti simpatizzanti fecero fagotto scoprendo che, praticamente a priori, si era decretato di appoggiare la campagna elettorale di Carlo De Marchi, noto medico anti abortista fanese, facente parte in passato della coalizione di centro destra, e animatore della lista civica Bene Comune. Lista, quella di BC, sul blog della quale durante la vicenda di Eluana Englaro apparve una lettera scioccante nella quale in pratica si paragonava chi non accettava le cure “di sostenimento” come nel caso di Eluana, a degli assassini tipo kapò.
Ma ora è arrivato il momento di cavalcare la laicità? Sembrerebbe di sì, vista la conferenza annunciata che ospita Beppino Englaro… ma prima ancora di parlare di questo il Marini, così, “en passant”, fa una affermazione, riferendosi all’ultimo libro da lui presentato, “Ultimi” di Rita Pennarola, cronista del giornale La voce delle voci: dice che il libro (e dice solo questo) mette in discussione questi trent’anni di legge 194.
Nessuno durante l’intervista gli chiede cosa volesse dire con un’affermazione così grave, ve lo diciamo noi, che, sicure che Marini non tarderà a tentare repliche iperboliche e offensive (l’ultima volta che si ci siamo permesse di criticarlo ci ha definito “fasciste” 🙂 ), sappiamo di cosa tratta il libro della Pennarola:
questa signora, che si definisce di sinistra, caduta sulla via di Damasco, ha scoperto che in Italia l’aborto è legale ed è trasecolata. Come il Marini stesso ha più volte sottoscritto, infatti, ha deciso che “l’aborto è un omicidio”, e ringrazia l’ateo devoto Giuliano Ferrara per avere fatto alle ultime elezioni politiche una lista che al primo punto aveva ristabilire l’illegalità dell’aborto.
Ovviamente, ognuno, per sue convinzioni religiose (non certo scientifiche) può ritenere (contrariamente anche ad Aristotele e San Tommaso) che l’anima esista e che tale anima viene infusa già sin dall’eiaculazione ma noi ci chiediamo: solo per questa loro personale convinzione vogliono ricacciare le donne nella illegalità e metterle sotto tutela (ovviamente dei maschi come il signor Marini) considerandole contenitori di una vita già conclamata e indipendente fin dal concepimento?
La Pennarola (c’è chi ha detto “nomen omen”), sostiene che lei non è una biologa né una bioeticista, e certo da una che afferma che “i medici non donano sangue, chiedetevi perché”, cercando il marcio e lo scandalo ovunque, c’è da crederci. Ma, al di là della competenza della signora, noi ci chiediamo: perché al signor Marini, che si dice laico e non più a servizio di De Marchi e soci, interessa tanto seppellire una legge, come la 194, che garantisce con razionalità e successo che le donne non tornino dalle mammane, e che, soprattutto, in caso di non volontà, ad una donna non sia imposta l’esperienza della gravidanza? Perché, soprattutto, tanta altra retorica priva di fondamenti di realtà, come il “vietiamo l’aborto ma aumentiamo la diffusione dei mezzi contraccettivi”? Non lo sanno  questi signori che in Italia è in atto una campagna violentissima, da parte degli antiabortisti, non solo per infirmare la Legge 194 ma anche per impedire i metodi contraccettivi “non naturali” (sic) e la pillola del giorno dopo?
C’è un fondamento di cui in ogni caso gente come questa non vuole sapere nulla: si chiama libertà femminile. Questa libertà, faticosamente conquistata in secoli di battaglie, si afferma lasciando alle donne la scelta sul proprio corpo e sul barlume di vita che esso può contenere, e che diventa pienamente tale, e si separa da essa, solo se c’è la scelta e la consapevolezza femminile. Noi donne abbiamo il potere di far nascere, non l’obbligo. L’aborto non è e non deve essere un metodo contraccettivo,ed esistono già regole che permettono alle donne di portare a termine una gravidanza indesiderata, se lo vogliono, ed affidare il neonato.

Ma questa deve essere una scelta da lasciare alle donne, e non da imporre con discorsi para-scientifici e predicozzi religiosi. Sappiamo bene come persone come Rita Pennarola vadano alla ricerca di casi disperati, esempi spurii, racconti toccanti, per provare le proprie tesi: vogliamo denunciare come questa retorica sia anni luce lontana dall’esperienza della maggior parte delle donne italiane, che, pur se truffate dal Cardinal Ruini col boicottaggio del referendum sulla fecondazione assistita, continuano a battersi affinché in Italia le donne non tornino ad essere oggetti sotto tutela. Così come nel mondo.

Consigliamo al signor Marini di leggere l’articolo uscito di recente sul notiziario dell’Associazione italiana donne per lo sviluppo, scritto da donne che, contrariamente alle sue amate giornaliste dallo scoop facile antiabortiste, fanno qualcosa di concreto sul campo per rendere alle donne dignità e libertà: (dal bollettino True Development Through Health)

”La legalizzazione dell’aborto è stata una pietra miliare nella storia del nostro paese, un passo essenziale per migliorare la condizione delle donne nepalesi”.

Sapana Malla, avvocato, attivista per i diritti delle donne in Nepal e oggi membro dell’assemblea costituente, ha avuto un ruolo cruciale nel lungo iter che ha portato, nel 2002, all’approvazione della legge sull’aborto nello stato himalayano. Fino ad allora, nel paese con uno dei più alti tassi di mortalità materna in tutta l’Asia meridionale, l’interruzione volontaria di gravidanza era proibita e le donne ne pagavano le conseguenze con il carcere o addirittura rimettendoci la vita.

“La legge – osserva Sapana Malla – rappresenta un riconoscimento senza precedenti del diritto delle donne all’autodeterminazione nella loro integrità fisica”. I risultati, del resto, parlano chiaro: nel giro di sette anni, circa 200mila donne hanno praticato l’aborto sicuro e la mortalità materna si è pressoché dimezzata. Dati ancor più significativi se si considera che questa “rivoluzione” è avvenuta in uno dei paesi più poveri al mondo, con il 60% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, un alto tasso di analfabetismo e una mentalità che vuole la donna relegata a una condizione di subordinazione ancora molto forte. “Il contesto sociale,

culturale e politico è certamente fondamentale nell’applicazione della legge”, spiega Sapana Malla. “Anche dopo la sua legalizzazione, ci sono ancora delle resistenze a riconoscere l’aborto come un diritto. È importante che legge e società procedano insieme, per 13 TDTH – Non c’è sviluppo senza salute- questo è fondamentale, cambiare la mentalità della popolazione a tutti i livelli, sfidando le culture e le pratiche che negano l’uguaglianza delle donne e limitano i loro diritti nei processi decisionali. Il cammino verso la democrazia ha creato l’opportunità di cambiare le cose”. In questo, la società civile nepalese ha giocato, e continua a giocare, un ruolo essenziale, lavorando per divulgare informazioni sulla nuova legge e far capire l’importanza di rivolgersi a strutture ospedaliere attrezzate anziché affidarsi a rischiose pratiche tradizionali.

Certo, per arrivare alla piena applicazione della legge sono necessarie strutture sanitarie adeguate e in un paese povero come il Nepal è tutt’altro che semplice. Tuttavia, esistono delle realtà destinate a diventare modelli da replicare in tutto il paese.

Un esempio su tutti è il Centro per la salute delle donne di Kirtipur, cittadina di 35mila abitanti nella valle di Kathmandu. Costruito sul modello dei consultori italiani da una cooperativa di medici e paramedici, in collaborazione con AIDOS, il Centro non solo fornisce assistenza pre e post parto, ma promuove anche l’educazione alla contraccezione e alla pianificazione familiare.

In modo che al diritto garantito dalla nuova legge le donne nepalesi debbano ricorrere il meno possibile.

NUMERI

Aborto nel mondo
Tra il 1995 e il 2003 il numero degli aborti indotti è sceso da 46 a 42 milioni. Un calo che ha riguardato soprattutto i paesi sviluppati, dove quasi tutti gli interventi di aborto sono sicuri e legali. Nei paesi in via di sviluppo, invece, dove se ne registra la maggior parte, le interruzioni di gravidanza sono rischiose e illegali. Circa 20 milioni di donne ogni anno abortiscono in condizioni insicure e degli 8,5 milioni di donne che hanno complicazioni legate

nell’interrompere la gravidanza, ben 3 milioni non vengono soccorse. In Africa dal 1995 il numero degli aborti è aumentato, mentre in Asia e in America Latina è diminuito di poco. L’Europa occidentale ha il minor tasso di aborti all’anno, mentre l’Asia – dove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale – detiene il record inverso con 26 milioni. I dati dimostrano inoltre che

le restrizioni legali sull’aborto non ne alterano l’incidenza e per di più lo rendono rischioso.

In Sudafrica, dove l’interruzione volontaria di gravidanza è stata legalizzata nel 1996, il numero

di infezioni dovute all’intervento clandestino è diminuito del 52%. Il 48% degli aborti indotti a

livello mondiale sono rischiosi. Mentre nei paesi sviluppati il 92% degli aborti sono sicuri, oltre il 95% degli aborti in Africa e in America Latina e il 60% di quelli in Asia sono praticati in condizioni pericolose per la salute. Ogni anno 5 milioni di donne vengono

ricoverate per complicazioni legate ad aborti rischiosi, che rappresentano la causa del 13% dei

casi di mortalità materna. In Africa il tasso è particolarmente elevato: si parla di 650 morti su

100mila aborti a rischio, contro i 10 su 100mila dei paesi sviluppati. Il ricorso all’aborto è legato al

mancato uso di metodi contraccettivi: i due terzi delle gravidanze indesiderate nei paesi in

via di sviluppo avvengono tra donne che non ne fanno uso.

3 commenti su “Otto marzo: basta con le ipocrisie!

  1. Ettore Marini
    marzo 4, 2010

    Dare della “fascista” alla Palazzi Arduini, cosa che non mi risulta di aver fatto, è fare un complimento alla signora e un grave torto storico al fascismo; che, almeno, un’ideologia, per quanto criticabile, l’aveva…

    Comunque voglio tranquillizzare la Palazzi Arduini: Res publica NON ha solo il sottoscritto come animatore, ma ci sono altri venti soci che partecipano alla vita dell’associazione, tra cui professori universitari e di liceo, professionisti, semplici impiegati, giovani disoccupati, ecc.
    Penso di rispettare quanto e più di lei la libertà della donna ad autodeterminarsi, mentre non condivido la definizione del feto di “barlume di vita” (sigh!); penso infatti, e ne ho avuto testimonianza diretta, che a molte donne dispiace eliminare quel “barlume di vita” abortendo, cosa che probabilmente esula dell’universo culturale della suddetta.

    Quanto alla giornalista de La voce delle Voci,la Pennarola (il cui cognome deriva dal nome dei primi scrittori spagnoli giunti a Napoli alla corte dei Borbone) posso dire che la stessa, a differenza della palazzi, è laureata in biologia, è giornalista professionista, è direttore di un giornale. Non nutre quindi la rabbia di chi aspirava a tutto questo ma non è stata capace di realizzarlo.

  2. admin
    marzo 5, 2010

    ecco! lo aspettavamo! non solo Marini non ricorda di aver definito fascista l’autrice di “Curcio a Fano”, il post nel quale si criticava l’iniziativa di “Res publica” con Curcio, …ma, pur essendo l’unico ad animare Res publica (presenta, rilascia interviste, invita… ci spiace ma ci sembra di vedere sul podio solo lui, noi ci atteniamo ai fatti), continua a offendere. adesso definisce la responsabile del blog una, vediamo se abbiamo capito bene, “frustrata”. e travisa le critiche fatte dicendo che in questo post il “feto”(?) è stato definito barlume di vita. Marini è molto bravo a rigirare le frittate: nel post infatti non si parla di feti e nemmeno di embrioni, ma si fa una analisi politica della nascita della “vita” nell’utero, vita che non può e non deve essere definita “persona” o considerata divisa dalla madre. Marini… la sua giornalista-biologa (che va in giro dicendo che i medici non donano il sangue!!!) non possiede la verità come non la possediamo noi… solo che noi non denigriamo le leggi che milioni di donne in tutto il mondo combattono per difendere. Ci pare di avere già scritto, e letto da lei, abbastanza. Felicemente appagate la salutiamo (ma non mancheremo di continuare a scrivere quello che ci pare sulle sue conferenze senza timore di essere insultate da lei 🙂 )

  3. Cristiana
    marzo 5, 2010

    Se un uomo adulto, occidentale crede nella libertà di autodeterminazione della donna non invita una giornalista come la Pennarola! Va bene che la coerenza è ormai un valore del passato ma è ancora bene astenersi e far parlare chi veramente rispetta e conosce le libertà femminili.

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