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Kyoto scaccia Kyoto?


Dopo il fallimento del vertice di Copenhagen mi sembra utile ricordare la situazione della produzione di anidride carbonica in Italia.

“Cinquecentocinquanta milioni di euro, solo per il 2009, che potrebbero diventare 840 entro il 2012. È il conto, salato, che l’Italia rischia di pagare se vuole rispettare il tetto imposto alle emissioni di CO2”.
Così sul sole 24 Ore del 13 agosto scorso si descriveva il problema delle “quote CO2” italiane, un meccanismo da pagare, sborsando gli euro necessari a tamponare l’eccedenza di emissioni, comprando “permessi di emissione” da quei paesi europei più previdenti del nostro, che hanno fatto in modo di diminuire le emissioni e soprattutto… di negoziare con l’UE un tetto emissioni più realistico per la propria condizione.

Ma non si tratta, nel nostro caso di incolpare della situazione il ministro Pecoraro Scanio, che nel febbraio del 2008 negoziò un tetto di 201 milioni di tonnellate di CO2 da liberare tra 2009 e 2012. Il problema è causato dalla politica industriale nazionale, che, anzi, ha investito in questi anni in nuove centrali a carbone, fregandosene delle emissioni,… ed anche del fatto che altrove questo tipo di tecnologia invece è sospesa.

Così dovremo acquistare sui mercati internazionali dell’anidride carbonica quei “diritti di emissioni” che costano in media sui 12-15 euro la tonnellata. “La stima di spesa per il sistema Italia per rientrare nei parametri è così nell’ordine degli 840 milioni. I tempi sono stretti. Nel solo 2009 si stimano 37 milioni di tonnellate di anidride carbonica di troppo, pari appunto a un costo di 550 milioni.” Così di nuovo recita il Sole 24 Ore:
“L’unica risposta per proteggere la competitività delle imprese italiane fu l’impegno del governo – in caso di deficit di quote – a comprare con soldi pubblici i diritti e a donarli a tutti i nuovi impianti industriali che sarebbero entrati in servizio a partire dal 2008. In altre parole, è stato scaricato sul pubblico il costo di una distorsione ideologica a danno dell’economia italiana”. Quote che quindi dovrebbero pagare le imprese, come sottolineato dalla Commissione europea, e che invece pagherà tutto il Paese.
E c’è di più, sono gli stessi cittadini a denunciarlo (e non il giornale di Confindustria), come Vanni Destro, di “Cittadini per la partecipazione” di Rovigo, non solo gli impianti mega produttori di CO2 vengono finanziati e costruiti, ma “Si ipotizza anche di farli funzionare in barba agli accordi, ma si chiarisce subito che le sanzioni, cento euro a tonnellata di CO2 in più emessa, che l’UE comminerebbe al nostro Paese, sempre pagate quindi dai cittadini italiani, ammonterebbero a 5,6 miliardi di euro!”, sì, perché l’eccedenza di quote purtroppo è questa: 60 milioni di tonnellate di emissioni richieste dal settore termoelettrico per il 2009-2012, 12 milioni di tonnellate di quote richieste da settori diversi, per un totale di 72 milioni, meno la riserva che era stata prevista dal tetto, di 16 milioni di tonnellate, in totale un disavanzo di 56 milioni di tonnellate di CO2 da pagare.

Il quadro della situazione è chiaro: costi industriali (ed inquinamento) voluto da holdings che lucrano senza spesso far ricadere alcun beneficio, nemmeno in forza lavoro, e certo minimamente paragonabile ai danni causati, … e disavanzi che i cittadini pagheranno direttamente con aumento della tassazione. Era inoltre già chiaro da tempo che la favola degli impianti “a emissioni in pareggio”, come quelli a biomasse che si dichiarano tali perché brucerebbero materiale vegetale “a credito” di CO2 era una gigantesca balla: non esistono emissioni in pareggio, occorre anzi  limitare nel tempo il più possibile sia il dispendio e lo spreco di energia termica che l’incenerimento.

 Francesca Palazzi Arduini

per info sulla situazione locale: http://www.comitatinrete.it

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