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Articolo vacanziero: la vendetta dell’Angela borghese

Note sul fumetto Diabolik e sulle sue creatrici, in occasione della mostra a Palazzo Incontro a Roma, dal 10 luglio al 13 settembre 2009.
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Diabolik sta in tasca, si può portare in viaggio con estrema facilità, invisibile in borsa, nel cappotto, la sua stessa “tascabilità” lo rende… diabolico.
Angela Giussani si dice lo abbia pensato nel 1962 osservando i pendolari a Milano, in piazzale Cadorna. La immagino alla finestra guardar giù e pensare a tutti quei signori e signori in soprabito sedersi un po’ stanchi, ma sempre beneducati, mettersi in fila sui seggiolini e, sfoderato il Diabolik, immergersi nei minuti necessari di viaggio e di lettura. Ognuno col suo furto, con la propria mente criminale imbattibile, con il bottino nascosto in una grotta blindata e, soprattutto, con le proprie maschere perfette.
Ognuno con le sua maschera borghese, mentre cede il passo a una signora uscendo dal vagone, mentre sorride al giornalaio, quando schiva l’edizione quotidiana del giornale della sera, con le sue veline e le prediche democristiane, e si prende invece il nuovo Diabolik.
Diabolik ha rappresentato l’anti-uomo mascherato per eccellenza, poiché la sua tuta mimetica notturna, tutta nera, lasciava scoperti proprio gli occhi, come se gli occhi, specchio di verità e di rintracciabilità, volessero sprezzantemente mostrarsi al mondo come quelli di un demone.
Sarebbe facile dire che le sorelle Giussani lo volevano così a causa della loro noia del mondo borghese in cui vivevano. Ma loro non si annoiavano: Angela prese giovanissima il brevetto di pilota d’aereo, Luciana lavorava ed era single senza farsi problemi. Non erano certo donne che avessero qualcosa da rimproverarsi e da desiderare: erano belle, emancipate, intelligenti. Semplicemente la loro è stata una ironica e sfrontata ribellione agli schemi che comunque in qualche maniera percepivano e le asfissiavano. Mi ha molto colpito la dichiarazione di Angela durante un’intervista nella quale le si chiedeva se si immedesimava col personaggio, “Diabolik è un lavoro”, risponde, e in quella risposta si capisce la grande importanza data da questa donna all’emancipazione femminile tramite il lavoro.
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Ma Diabolik era comunque Angela, e ciò basta a celebrarla tra le poche donne, che, al pari di Mary Shelley e del suo Frankestein, hanno osato rovesciare le convenzioni e inventare un personaggio maschile.
La compagna di Diabolik, Eva Kant, ha ondeggiato per anni tra l’originalità di una donna dal carattere forte e coraggioso, e le ansietà di una donna innamorata, un po’ imbranata e superstiziosa che non capisce perché il suo uomo debba continuamente rubare e seminare paura. Ciò è stato perché le Giussani non avevano ancora completato il loro “Adamo”, e non potevano rendere quindi Eva un personaggio più fluido e di carattere, i tempi non erano maturi.
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Esse stesse hanno celato sin dall’inizio la propria identità, per ragioni commerciali e sociali, celandosi dietro quel “di A. ed L. Giussani” che figurava sempre all’inizio delle storie, trasformandosi assieme alla storia del nostro Paese e dei loro lettori.
La realtà di Diabolik, il suo esistere come tale, è sempre dipesa dalla energia assertiva delle due creatrici, dalla loro capacità di rendere vere le storie, coi loro sentimenti, le città, i comportamenti, al di sopra di tutte le altre saghe “criminali” dei fumetti, spesso inutilmente crudeli o volgari.
Nel 1974, in “Un amore nuovo” è Eva che se ne va dal suo compagno, da donna libera, non sopportando più certi atteggiamenti, “è difficile per un uomo accettare l’idea che una donna non è inferiore a lui”.
Storie di incontri casuali con piccoli “fuorilegge”, con persone coinvolte in intrighi e bisognose di aiuto, svelano sempre più col tempo l’animo di un “eroe” che non tollera la doppiezza e la meschinità, e “smaschera” con la vendetta chi oltraggia gli altri e si mette sul suo cammino.
Così, come nella storia della pittura, le prospettive ed i personaggi si evolvono e si rendono più complessi e profondi, Diabolik ha compiuto la sua evoluzione da uomo che punisce e uccide senza farsi troppi problemi, a ladro che uccide solo se strettamente necessario, e a vendicatore occasionale sì, ma solo nei confronti di persone veramente indegne: ricchi notai che in realtà gestiscono traffici di eroina, persone insospettabili che invece si rivelano sordide e prive di scrupoli, come i due chirurghi di “non si sfugge a diabolik”,del 1979, che fingono di curare chi viene arrestato e portato in ospedale ma in realtà ne impediscono la guarigione.
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All’inizio, invece, “Lui” era veramente crudele al di là di ogni motivazione:
per prendersi una eredità faceva impazzire una vedova, anche abbastanza anziana. Andava a trovare la sua amante, che nulla sapeva, uscendo da un tombino. Uccideva senza scrupoli ricchi borghesi, le cui abitudini Angela e Luciana conoscevano bene esattamente come lui. Diabolik puniva i ricchi predandoli proprio degli oggetti culmine della loro attività di accumulazione, gli oggetti simbolo dello status sociale: diamanti, oro, gioielli, patrimoni. Esso stesso quindi accumulava, e investiva anche continuamente in nuovi “rifugi” pieni di trabocchetti tecnologici, il sogno antisociale di ognuno di noi, nascondersi e liberarsi degli altri..dando vita ad una economia “antagonista” nella quale tutto è possibile… anche costruirsi un pugnale, col manico che diventa una comoda torcia elettrica!
Un fumetto “d’evasione” quindi ma con una marcia in più. Il fascino delle “maschere”, che molti hanno ricondotto a “Fantomas” ma che in realtà Angela Giussani ha ripensato e re-inventato praticamente da nuovo, è stata la ragione per cui Diabolik ha sempre unito in una schiera di fedeli ammiratori gay e lesbiche (con “il segreto della rocca”, numero 1/2007, si scoprirà che Diabolik ed Eva hanno un amico gay), adulteri e adultere, ragazzini e ragazzini: tutte quelle categorie di persone che soffrono, o debbono inventarsi di tutto, per sfuggire al giudizio delle persone spesso malevolo e cattivo. Una voglia di essere se stessi e di vivere liberamente viene così celebrata con l’invenzione di un escamotage: vivere celati e nascosti in mezzo alla gente, per poi amarsi ed essere se stessi, quasi al di sopra di tutti gli altri, nel “rifugio” di  casa propria.
Col passare del tempo il fumetto è diventato testimone di molte battaglie civili e propositore di temi assolutamente legati al sociale; tra un furto ed un altro, ogni tanto Diabolik stupiva per il suo coraggio di fumetto impegnato. Ricordo come rimasi colpita quando mi capitò tra le mani il numero 2 del 1985, in piena bagarre anti-aborto: si intitolava “L’ultimo della lista” e raccontava di una madre che vede la figlia morire di aborto clandestino a causa del comportamento di un figlio e di un padre ricchi e privi di scrupoli. Il fumetto vede la donna ammazzare a freddo tutti coloro che sono stati coinvolti nel fatto: dal figlio viziato, al padre tronfio e ammanicato, al medico compiacente, all’infermiera avida e connivente.
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Già con altri numeri, come in occasione della battaglia referendaria per il divorzio nel 1974, le sorelle Giussani si erano schierate, ormai avvezze a combattere contro la censura di giudici bacchettoni (per anni gli sequestrarono i numeri in edicola) ed i giudizi di intellettuali (critici del resto con ogni forma d’arte popolare, pensiamo a Totò) e psicologi da strapazzo che imputavano al loro fumetto l’incitazione a delinquere o ad adottare “facili costumi”.
L’icona della coppia Diabolik-Eva Kant si è espressa come paradigma di tutte le unioni d’amore, nelle quali la fedeltà è adamantina, inscalfibile e scontata, proprio per l’assenza di matrimonio che tanto scandalizzava i perbenisti negli anni ’60 e ’70.
Per come è stata gestita la casa editrice Astorina in tutti questi anni, a mio parere è da ravvisare anche una sorta di managerialità illuminata: il contenimento dei prezzi, il rapporto “familiare” coi lettori e fan, la richiesta ai lettori di offrire sceneggiature e idee che venivano pagate, ed infine la consegna della stessa casa editrice a Mario Gomboli, in cambio di un pagamento commisurato al suo reddito e quindi quasi un lascito testamentario simbolico. Tutte cose che non è facile vedere anche in editrici di molto minore successo ed altrove.
Se negli anni quindi la crudeltà di Diabolik è diminuita lasciando più spazio alla razionalità, quel simbolo di legame tra i due ribelli individualisti, Diabolik ed Eva Kant, l’amore passionale, è rimasto anche come una splendida patina su tutta l’attività di Angela Giussani, appassionata creatrice, disposta a lavorare 18 ore al giorno e a presentarsi poi con una parrucca il mattino dopo per essere comunque presentabile, figuriamoci, bella com’era. E’ proprio vero: noi donne esprimiamo il meglio quando ci facciamo appassionare, e anche se siamo così buone da ricordare i cari vecchi merletti, possiamo essere spietate come l’arsenico, irriducibili  nei nostri verdetti ma leggere… come un tascabile.

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Dada Knorr

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