rimarchevole…

un blog di provincia…

Eyes wide shut. Il privato è politico.

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L’estate ha portato con sé un appassionato dibattito di femministe autorevoli che hanno riflettutto sulle pagine dei maggiori giornali in merito alle questioni legate allo scandalo dello sfruttamento del corpo delle donne e del simbolico femminile… voci autorevoli si sono susseguite e hanno dibattuto se quello che ci sta succedendo appartiene al patriarcato di oggi o al post-patriarcato … se il femminismo ha fallito o no, e molte divisioni  che sono emerse, non solo di analisi ma anche di reazione alla questione grave che ci riguarda mi fanno pensare che allora quando scrivevo a maggio questo articolo non avevo tutti i torti nel chiedere a tutte, di diverse generazioni e di diverse prospettive, di rimettersi insieme, senza leaderismi e steccati, per discutere insieme di noi e del nostro femminismo, ma soprattutto delle e con le più giovani …. a quando una risposta?

Ringrazio le amiche che hanno risposto con interesse alla mia proposta e al mio appello: Laura Boella e Silvia Neonato, Olivia Guaraldo, Sara Rapa, il gruppo Benazir di Verona e altre … rivolgo ora questo nuovo appello a tutte le altre, partendo da Nadia Urbinati, Letizia Paolozzi, Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, Lorella Zanardo e tutte coloro che hanno preso la parola su questo tema … non perdiamo l’occasione di questi confronti e ricominciamo un percorso politico insieme! 

Monia Andreani

 

Ad Annarita Buttafuoco, che dieci anni fa ci lasciava, a lei che è stata una delle mie maestre quando ancora non avevo neppure venti anni, e mi ricordo che si stupiva perché vedeva che io ascoltavo con gli occhi spalancati di una che vuole imparare a guardare.

Ieri mi trovavo in una commissione che doveva esaminare donne e uomini stranieri che vogliono far valere il loro titolo di studio in questo che è il loro paese di adozione e il mio di nascita, e dopo aver ascoltato storie di discriminazioni e di sessismo di cui soprattutto le giovani sono il bersaglio … stavo andando via stanca e come al solito intristita, del mio precariato, del vedere tante donne come me o in condizioni peggiori delle mie … e così nell’uscire dall’hotel dove si svolgevano gli esami ho incontrato un uomo e una ragazza. Lui era sopra la sessantina, era basso, rasato e tronfio della sua ferrari testa rossa parcheggiata davanti alla porta dell’hotel, l’ho guardato mentre sogghignava con il portiere mostrando la giovanissima e molto intimidita che portava con sé, lei era bella, alta, forse minorenne, straniera, non so, mi ha vista e non riusciva a sorridere … ho avuto modo di sentire solo una frase dell’uomo “andiamo un momentino in camera” … e poi sono uscita. Credo che sia stata la goccia che ha fatto traboccare mesi di ribollire interiore, allora ho pensato all’ultimo profetico film di Kubrik, e quel senso di fastidio profondo e insano che avevo provato al cinema, al perché non ho mai voluto vederlo una seconda volta, proprio perché non mi ero arrabbiata ma avevo sentito un smarrimento interiore che adesso mi è sembrato molto reale nella vita di questa società e nella mia esperienza particolare. In queste settimane di “caso Noemi” ho continuato a provare una rabbia vaga e imprecisa, non diretta all’indirizzo dell’uomo più importante del paese, no, sarebbe stato troppo facile e semplicistico, di uomini così ce ne sono ovunque: all’Università, i vicini di casa, gli anziani che vanno a ballare nelle balere il fine settimana per incontrare le giovani badanti o per mostrarle ai loro amici come l’estrema preda della loro vecchiaia sempre maschia … . Infatti sono sempre più convinta del fatto che quelli che siedono in parlamento e nelle sedi decisionali della politica, ma non solo “politici”, rappresentano effettivamente e numericamente il Paese reale, quindi il caso è diffuso, non isolato e non si tratta di un caso morale ma di un caso culturale e politico che interessa tutta la nostra società .

Ed è questo che fa rabbia, che le donne, e prima di tutte io stessa, che ci siamo confrontate e abbiamo litigato su posizioni diverse, noi donne del femminismo diffuso degli anni ottanta e novanta, stiamo con gli occhi spalancati ma chiusi, serrati di fronte al baratro in cui ci troviamo noi giovani generazioni e soprattutto le ragazze oggi.

Quali sono le opportunità che una società gerontocratica e verticistica, priva di mobilità sociale e di parità nella differenza tra donne e uomini, offre alle giovanissime? Due dei più antichi ruoli femminili di sempre sono quelli presentati come ideali per una giovane intelligente e che non voglia sprecare i propri talenti dietro una professione che al massimo la farà diventare una precaria, mediamente infelice, per almeno un decennio o forse di più. O la moglie e mamma di alcuni figli (meglio più di uno), casalinga e felice perché sposa di un uomo che si afferma nel lavoro, di un professionista giovane o giovanissimo anche lui ma figlio di o sponsorizzato da qualcuno … Oppure la velina e simili, la hostess, la ragazza immagine, quella che se è bella deve far valere questa bellezza sopra tutto per poter far carriera in ogni settore e magari fare anche l’università ma come contorno, sempre un passo indietro rispetto agli uomini con i quali si accompagna non da moglie … E’ da questo bacino di giovanissime che attingono i gerontrocrati del belpaese, e i figli maschi di buona famiglia di questa società sempre più ipocrita. E quali sono le opportunità alternative per le ragazze, quale voce diversa si alza per parlare alle giovani? C’è qualcos’altro che le ragazze possono fare in questo paese? Se guardiamo bene e siamo attente alle ragazze, notiamo che sono sempre di più quelle brillanti che per fare una carriera degna delle loro aspirazioni legittime sono costrette a emigrare, sono sempre di più quelle che si scelgono una professione tecnica e che lavorano in silenzio, magari con fatica, e vivono costruendosi, coraggiose come sono le donne, una specie di modus vivendi femminista in qualche modo, anche se non sanno nulla del pensiero e della politica delle donne, direi in un modo istintivamente femminista ….

Allora se questo quadro generale, e ovviamente non esaustivo, traccia una immagine verosimile, credo che sia arrivata l’ora di farsi una semplice e dolorosa domanda: quale è il bilancio del femminismo nel nostro Paese? Ha fallito quando non si è organizzato per dare una risposta autonoma e forte di fronte alla Legge 40 del 2004? Una risposta che andava nella direzione di sentire il bisogno di libertà di giovani donne con problemi di fertilità alle quali la legge negava proprio il principio di autodeterminazione? Ha fallito quando negli anni ottanta le donne del movimento e in particolare quelle dell’Università hanno deciso che non avrebbero lavorato per costituire in Italia centri di ricerca in Women’s Studies dentro le Facoltà, per organizzare la trasmissione di sapere e la ricerca scientifica orientata alle differenze di genere e per dare spazio nei concorsi alle giovani che si occupavano di studi delle donne? Hanno fallito all’interno dei partiti le donne che non hanno combattuto per ottenere fondi per centri di elaborazione politica o non li hanno direzionati a creare spazio dentro le strutture organizzative in cui si trovavano? Questi sono tutti punti su cui occorre riflettere. Infatti la mancanza di diffusione, non di femminismo o di teoria femminista nei libri, o di attività sporadiche di presenza politica su temi specifici, ma di metodologia di genere nella capacità di leggere il reale – quindi da insegnare e imparare nei percorsi di formazione – ha portato alla incapacità di lettura delle situazioni che cambiavano, ha portato tante giovani e giovanissime a non avere gli strumenti per poter continuare ad affrontare un patriarcato che stava solo rimodulando le proprie carte. E questi sono solo alcuni esempi, il catalogo potrebbe continuare … Ho molto apprezzato il documento del Gruppo delle donne del mercoledì sul “coraggio di finire”, l’ho trovato un gesto pulito di onestà intellettuale e proprio per questo raro, un modo molto coraggioso di prendere la parola per fare una riflessione su di sé, quasi una riflessione su una generazione di donne e di femministe che ora sono, assieme agli uomini a far parte più o meno, dei centri di decisione e di potere in tutti i settori della società civile. Pur non appartenendo a quella generazione, pur essendo stata sempre molto critica con coloro che chiedevano la nostra presenza silenziosa e assertiva per legittimare la loro leadership, pur avendo combattuto anche contro alcune posizioni del pensiero della differenza che non volevano vedere le altre differenze tra le donne, penso che oggi, a partire da punti di vista diversi ma insieme a loro, alle donne che onestamente si pongono dei dubbi, come me li pongo io, occorre rimettersi a lavorare per una rinascita dal basso. Per spalancare questi occhi, non per fare le indignate della situazione, quelle che puntano il dito e che poi chiudono gli occhi quando la “magagna” ce l’hanno dentro casa; non per fare le predicatrici, come molti uomini si sono messi a fare e girando l’Italia a moralizzare le masse. Il mio è un appello a riprendere una strada semplicemente come femministe che intendono ricominciare insieme un progetto politico, con onestà e semplicità, consapevoli che il “mercato della felicità” non esiste ma che la felicità passa per un riattivarsi del desiderio di fare politica insieme tra donne e non da sole, sebbene sagge e munite dei propri gomitoli. Infatti occorre riprendere una parola comune e farsi forza per mettere insieme e non per dividere, avere il coraggio di riformulare modalità di presenza politica, di prendere la forza per parlare alle giovani che ci sono e che ci chiedono di essere insieme a loro, di aiutarle se possiamo, e a quelle che potranno e vorranno ascoltare una parola e una pratica differente che sta a noi provare ad elaborare e a mettere in atto.

Monia Andreani
31 maggio 2009

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