rimarchevole…
meglio riassumere…Archivio per Senza Categoria
Giappone: per un mondo senza nucleare

Bellissime le immagini pubblicate in Giappone per la campagna di avvisi pubblici per il risparmio d’energia dopo lo sfacelo dei reattori di Fukushima, grazie alla segnalazione apparsa sul portfolio di Internazionale ne abbiamo scelte alcune assieme alle quali inviamo agli antinuclearisti giapponesi l’invito a combattere contro il nucleare e per le energie rinnovabili e scelte industriali sostenibili.

Beatiful images published in Japan for the campaign of public notices for the energy saving after the decay of the reactors of Fukushima, we have choices some of it and with which we send the invitation to the Japanese antinuclearists to fight against the nuclear energy and for the renewable energies and sustainable industrial choices.

La campagna consiste principalmente in inviti al risparmio di energia in casa, all’uso dei mezzi pubblici, ad evitare che le provviste di cibo nei negozi terminassero a causa di razzie, all’attenzione verso le radiazioni, alla solidarietà verso le popolazioni dei luoghi maggiormente colpiti.

I nomi degli autori degli avvisi sono consultabili sul sito.

molte tra queste opere grafiche richiamano anche al senso di orgoglio per il proprio paese con forti richiami all’iniziativa popolare…

“pray for Japan” e “play for Japan” sono due tra le frasi più usate.

altri lavori mettono in rilievo il fantastico senso estetico di un paese purtroppo soggiogato dal mito della performance.

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Ancora SOPRA Englaro: eventi, sante, visionari?

Abbiamo, il 18 e 19 marzo a Urbino e poi a Pesaro le divagazioni sul tema di Giulio Mozzi, lo scrittore cattolico che stigmatizza l’atteggiamento di Berlusconi sulla vicenda Englaro (“per lui una donna si identifica con la genitalità”), riprendendo temi propri dell’indagine sociologica sul corpo, e nel contempo spezza una lancia a favore della beatificazione della “povera Eluana” e dichiara che legiferare sul tema della fine della vita crea “rigidità”.
Cosa possiamo dire? A volte sarebbe bene non dare giudizi su cosa va regolato da leggi e cosa no, se non si ha bene presente la tragedia che vivono ogni giorno persone che, di fronte al dilemma non solo sanitario ma anche morale, del dover scegliere le cure per un proprio caro che non può più decidere da sé, non solo non sono INFORMATE sulle conseguenze delle proprie scelte ma neanche su quali sono i propri diritti, in una società che, dall’ ingresso in una struttura sanitaria, tratta i corpi come proprietà dello Stato.
Poi abbiamo la conferenza del 19 marzo di Beppino Englaro a Fano, organizzata dall’associazione Res publica, con presentazione dei suoi due libri. Alla presenza del signor Luciano Benini (lista civica Bene Comune, decisamente anti Englaro) che presenterà la posizione ufficiale della Chiesa sul testamento biologico e del prof.Paolo Bonetti che presenterà il punto di vista laico. Bella nota dolente: la presentazione in pompa magna della “trovata” mediatica degli organizzatori, diversi giorni prima della conferenza: la richiesta, tramite un unico consigliere comunale di minoranza (Mascarin) della cittadinanza onoraria per Englaro. Un modo molto intelligente per farsi pubblicità… e per presentare la questione di Englaro, che aveva ricevuto la solidarietà di larghi strati della popolazione (di credenti e non)… una faccenda di minoranze politiche.
Ma attenti: il balletto non finisce qui!C’è poi la gran diatriba pesarese per la presentazione di …Beppino Englaro, che si terrà il 18 marzo presso la Sala del consiglio provinciale.
Englaro chiede di poter fare, finalmente, un contradditorio coi due giornalisti dell’Avvenire (Ciociola e Bellaspiga, non è dato sapere se prima l’avessero schivato) girando per l’Italia col loro libro sulla vicenda (“Eluana. I fatti”) nel tentativo di supportare la visione politica di Avvenire sulla vicenda. Sappiamo bene che per questo genere di cattolici il corpo è di Dio, o al massimo (appunto) dello Stato, quindi né le persone né le famiglie hanno giurisdizione e diritto di scelta sulla fine della loro vita. L’obbligo di cura è totale. Il confine tra Dio e Tecnologia medica lo decide la provvidenza.
Seppure, come nel caso di Wojtyla, non è sempre ben chiaro chi fa, se non lo dice, e chi giudica.
Pandemonio totale nel tentativo di apparire bene sulla stampa:la Consulta per la laicità , che doveva essere l’organizzatrice dell’evento, diventa poi “co-organizzatrice” grazie al fatto, sembra, che l’assessorato alla cultura della Provincia (Davide Rossi, IdV) concede gratuitamente la Sala per la conferenza (che di solito è sempre gratuita per iniziative simili).
I giornalisti dell’Avvenire vanno all’attacco perché non gli si è concesso di essere presenti anche al mattino con gli studenti e qui scoppia il bubbone. La Consulta infatti aveva proposto ai presidi dei Licei una mega-gita al quartiere fieristico per …l’evento Englaro.
Fulmini dagli insegnanti cattolici, dal Pdl, da Scienza e vita: tutti vogliono esserci anche loro, in qualche maniera. Non sia mai che si perda l’occasione per evangelizzare gli studenti-marionette, pedina di tutte queste manovre e manovrette.
Infine la sorpresa: la presentazione di Beppino non è più organizzata dalla Consulta ma, questo si evince dai comunicati, fa parte del Palinsensto cultura della Provincia di Pesaro e Urbino, e ai giornalisti “esperti di Eluana”, Bellespiga e Ciociola, viene offerto ALTRETTANTO tempo, (a testa), per palare che ad Englaro, col contorno dell’onnipresente Paolo Bonetti (presente anche a Fano e anch’egli IdV come l’assessore) che dovrebbe riequilibrare la palestra autoptica e la sarabanda sul cadavere verso tematiche bioetiche speriamo più generali.
Insomma, basta urlare un poco, in provincia, per far capire all’IdV che, visto che sarà pure alleata con l’UdC in Regione, deve stare alle regole del talk show. Ovviamente il rispetto delle regole non è previsto quando Ciociola e Bellaspiga presentano, da soli, il loro libro in sedi pubbliche (come la Biblioteca san Giovanni di Pesaro).
Nel frattempo la Consulta ha reazioni scomposte (inconsulte?) agli attacchi di Avvenire and c.: prima non risponde, poi interviene il Movimento radical socialista (ben tre volte in tre momenti diversi, ed in una dice di interpretare l’opinione delle associazioni della Consulta) sulla vicenda, chiedendo a sua volta la cittadinanza onoraria per Englaro al Comune di Pesaro… una bolgia, poi si afferma che in realtà il contradditorio ci sarà (mentre è vero che la Consulta aveva concesso agli aggressivi giornalisti solo un pò di tempo al pari di altri ospiti).
In tutta questa vicenda salta agli occhi solo una cosa:
la fame di visibilità e di notorietà di noi provinciali, avvezzi a fare cultura lottizzata, a strascico o come emanazione della politica, ormai abituati ai talk show per cui non siamo più capaci di essere interessati a un argomento a meno di non avere un Porta a Porta, qualche nome “VISTO IN TV”, almeno un cattedratico e qualche scaramuccia, incapaci di concentrarci sul focus politico degli avvenimenti.
Auguriamoci che, come dice Mozzi nel suo libro, a Pdl e soci non venga concesso, come con la vicenda Englaro hanno richiesto, ancora più potere per legiferare di quello che si sono già presi… perché i tempi per avere una società civile capace di affrontare i problemi di tutti i giorni, i problemi REALI delle persone anche riguardo il tema della fine della vita, senza accanirsi sul “caso”, su ciò che rifulge dai mass media, sembrano ancora lontani. E la vicenda del testamento biologico, per il quale che forse qualche altro comune in Italia riuscirà a istituire registri (grazie all’attività dell’associazione Luca Coscioni)… potrebbe non servire a tutelarci affatto di fronte ad una legge autoritaria e invasiva delle nostre bio-libertà.
Ho chiamato in questi giorni, per curiosità, il Registro notarile provinciale per sapere quanti notai avevano recepito la raccomandazione del Consiglio notarile per il recepimento del Testamento biologico su modello proposto dal prof.Veronesi. Mi hanno gentilmente risposto che a loro risultava un solo nome e che avrei dovuto chiedere maggiori informazioni. E’ ovvio che occorre percorrere la strada dei Registri comunali e approfondire la tematica coinvolgendo le persone che operano nella sanità, nell’ottica di creare conoscenza e autonomia decisionale.
(Francesca Palazzi Arduini)
The L Word diventa un Reality…

The L Word diventa un Reality: nel 2010 si inizia a Los Angeles.
Finalmente, due mesi fa, la “rivelazione” sulle sorti della famosa serie televisiva che ha trascinato una marea di fan in tutto il mondo, The L Word, ideato da Ilene Chaiken e che ha visto susseguirsi storie, attrici, registe alternarsi in modo spumeggiante (spesso un pò troppo hollywoodiana per noi italiane, meno sgargianti e sicuramente appartenenti al terzo mondo rispetto alle patinate lesbians della Los Angeles dei quartieri alti) in un’avventura durata 6 serie.
La casa produttrice annuncia “The L Word diventerà The L Word Los Angeles” in una serie di nove episodi nel 2010.
Diretta da Ilene Chaiken e dai produttori di serie reality “Magical Elves”, le puntate seguiranno al vita quotidiana di sei lesbiche a Los Angeles. La serie partirà una volta completato il cast.
La creatrice di L Word aveva raccontato su Variety che, seppure la sesta serie fosse finita a Marzo, le storie di L Word non erano terminate. Ed aveva dichiarato in una conferenza sul suo blog che aveva sceneggiato LWord per farne un film e che aveva anche altri progetti.
Moltissime fan, alcune co-creatrici di L Word e alcune sue attrici erano rimaste decisamente contrariate dalla scelta di incentrare l’ultima serie sull’omicidio misterioso (della protagonista-perno delle storie di L Word, la duplice e inarrestabile Jenny). Ed anche dalle curiose informazioni sui personaggi contenute nel post-finale presente sul web, i “nastri dell’interrogatorio”.
L’idea iniziale di Ilene Chaiken per un seguito di L word, uno sceneggiato intitolato “The Farm” che avrebbe raccontato di una protagonista in carcere, era stata scartata da Showtime già agli inizi dell’anno. L’idea del reality invece, ha accolto l’entusiasmo dei produttori, Magical Elves, che si dichiarano felici di avere un reality che faccia conoscere meglio al pubblico la vita di una fetta della società ancora così poco conosciuta come quella della comunità lesbica di Los Angeles.
Fiction per fiction…?
(da afterellen)
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“Muri appesi ai crocefissi…”

Prima l’UdC di Fano che si scatena contro la paventata ipotesi di concedere anche agli studenti musulmani la loro ora di religione nella scuola pubblica, poi vari ”comunicatomani” (scusate il neologismo) fanesi e Giancarlo D’Anna (AN) che interviene a razzo dal suo blog e con comunicati stampa stigmatizzando la Corte Europea che ha giudicato illecita l’affissione dei crocefissi come simboli religiosi nelle aule scolastiche pubbliche…
Sembra proprio che al centro destra fanese piaccia intervenire su questioni nazionali anche a livello locale… e sempre con interventi “punitivi” di più ampie intuizioni e deliberazioni. Deliberazioni che, come nel caso del crocefisso, non intendono minimamente affossare tradizioni e culture ma semmai evitare imbarazzo, sempre che qualcuno non voglia affermare che i brutti manufatti in plastica affissi “burocraticamente” nelle aule debbano simboleggiare la nostra cultura e le nostre tradizioni! Meglio Giotto, direi, magari visto non a spoposito e per circolare ministeriale!
Abbiamo assistito di recente alla levata di scudi contro l’ipotesi di ora di religione dell’Islam parificata a quella cattolica nelle scuole pubbliche. Si è trattato di esternazioni di utilità propagandistica per coloro che continuano a difendere i privilegi di cui gode la religione cattolica nell’insegnamento sia pubblico che privato. Ciò perché non solo non esiste ancora una Intesa tra Stato italiano e comunità islamiche, e quindi ogni ipotesi di ulteriori accordi è prematura. Ma anche perché la religione cattolica è l’unica a godere della sua ora dedicata all’interno degli istituti pubblici,e di cospicui finanziamenti dei suoi istituti privati.
C’è chi afferma che questo è giusto poiché si tratta della religione della maggioranza della popolazione italiana. Ma affermando questo nega non solo la libertà ed i diritti delle cospicue minoranze religiose, che egualmente attendono ai doveri civili e quindi dovrebbero usufruire di pari diritti, ma il principio per il quale non si “suppone” che un individuo appartenga ad una fede religiosa e ne approvi le politiche sociali per “silenzio assenso”.
Sta di fatto che in Italia solo il 49% dei cittadini aventi diritto devolve il proprio otto per mille Irpef, e di questi solo l’85% lo devolve alla Chiesa cattolica. Ne risulta quindi che, dagli ultimi dati a disposizione, solo 42 % dei cittadini partecipa al finanziamento della Chiesa cattolica. (e si tratta di dati non aggiornati!).
In Italia la percentuale dei cattolici praticanti è stata stimata del 36,8%, mentre i “credenti” sono valutati circa il 70%. Si vede perciò che esiste uno scollamento tra scelte di fede e scelte di adesione ai culti, ed alle politiche, della Chiesa.
Per non parlare poi del meccanismo di adesione di studenti e genitori alla ora di religione nella scuola pubblica, spesso scelta per inerzia e mancanza di valide alternative.
Riguardo la “secolarizzazione” della società italiana basti pensare che il numero dei matrimoni civili è in aumento (oltre il 20%) e che lo è anche il multi culturalismo, che ha portato in questi anni alla firma di Intese di vario genere; lo Stato italiano ha siglato Intese con legge con la Tavola Valdese, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno, l’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia, l’Unione Cristiana Evangelica Battista in Italia, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia. Ha poi siglato altre Intese con la Chiesa Apostolica in Italia, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova, la Sacra Arcidiocesi d’Italia ed Esarcato per l’Europa meridionale, l’Unione Buddista italiana, l’Unione Induista italiana. Lo Stato italiano ha anche riconosciuto l’Istituto Buddista italiano Soka Gakkai ed ha più volte avviato consultazioni per pervenire ad un’Intesa con le Comunità religiose Islamiche, per le quali si è costituita una Consulta per l’Islam italiano (si stima che la popolazione italiana di fede musulmana sia almeno l’1,5% di quella totale, che rasenti quindi il milione e mezzo di persone).
Perché quindi difendere ideologicamente il privilegio di una “maggioranza” astratta e non fare invece in modo che, pur nell’assoluto rispetto delle libertà individuali di ognuno che debbono sì essere privilegiate rispetto ad ogni uso e costume comunitario, le comunità religiose non abbiano pari spazio pubblico? Pari doveri, pari diritti: uno slogan che sembra non piacere ai mastini dell’integralismo cattolico nostrano che, anzi, pur mostrando interesse all’alleanza con altri culti parimenti rigidi e nemici della laicità, mostrano però di voler mantenere i privilegi… tutti per loro, ed osteggiano lo sviluppo, anche culturali, di altri pensieri religiosi in Italia… basti pensare che in alcuni casi definiscono “sette religiose”, in termini spregiativi, le religioni differenti dalla loro!
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Eyes wide shut. Il privato è politico

L’estate ha portato con sé un appassionato dibattito di femministe autorevoli che hanno riflettutto sulle pagine dei maggiori giornali in merito alle questioni legate allo scandalo dello sfruttamento del corpo delle donne e del simbolico femminile… voci autorevoli si sono confrontate su quello che ci sta succedendo, sul patriarcato di oggi o sul post-patriarcato … sull’ipotesi che femminismo abbia fallito più o meno, e molte divisioni che sono emerse, non solo di analisi ma anche di reazione alla questione grave che ci riguarda tutte, mi fanno pensare che allora quando scrivevo a maggio questo articolo non avevo tutti i torti nel chiedere a tutte, di diverse generazioni e di diverse prospettive, di rimetterci insieme, senza leaderismi e steccati, per discutere di noi e del nostro femminismo, ma soprattutto delle e con le più giovani ….
Ringrazio le amiche che hanno risposto con interesse alla mia proposta e al mio appello: Laura Boella e Silvia Neonato, Olivia Guaraldo, Sara Rapa, il gruppo Benazir di Verona, Laura Piccioni e altre … rivolgo ora questo nuovo appello a tutte le altre, partendo da Nadia Urbinati, Letizia Paolozzi, Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, Lorella Zanardo e tutte coloro che hanno preso la parola su questo tema … non perdiamo l’occasione di questi confronti e ricominciamo un percorso politico insieme!
Monia Andreani
Ad Annarita Buttafuoco, che dieci anni fa ci lasciava, a lei che è stata una delle mie maestre quando ancora non avevo neppure venti anni, e mi ricordo che si stupiva perché vedeva che io ascoltavo con gli occhi spalancati di una che vuole imparare a guardare.
Ieri mi trovavo in una commissione che doveva esaminare donne e uomini stranieri che vogliono far valere il loro titolo di studio in questo che è il loro paese di adozione e il mio di nascita, e dopo aver ascoltato storie di discriminazioni e di sessismo di cui soprattutto le giovani sono il bersaglio … stavo andando via stanca e come al solito intristita, del mio precariato, del vedere tante donne come me o in condizioni peggiori delle mie … e così nell’uscire dall’hotel dove si svolgevano gli esami ho incontrato un uomo e una ragazza. Lui era sopra la sessantina, era basso, rasato e tronfio della sua ferrari testa rossa parcheggiata davanti alla porta dell’hotel, l’ho guardato mentre sogghignava con il portiere mostrando la giovanissima e molto intimidita che portava con sé, lei era bella, alta, forse minorenne, straniera, non so, mi ha vista e non riusciva a sorridere … ho avuto modo di sentire solo una frase dell’uomo “andiamo un momentino in camera” … e poi sono uscita. Credo che sia stata la goccia che ha fatto traboccare mesi di ribollire interiore, allora ho pensato all’ultimo profetico film di Kubrik, e quel senso di fastidio profondo e insano che avevo provato al cinema, al perché non ho mai voluto vederlo una seconda volta, proprio perché non mi ero arrabbiata ma avevo sentito un smarrimento interiore che adesso mi è sembrato molto reale nella vita di questa società e nella mia esperienza particolare. In queste settimane di “caso Noemi” ho continuato a provare una rabbia vaga e imprecisa, non diretta all’indirizzo dell’uomo più importante del paese, no, sarebbe stato troppo facile e semplicistico, di uomini così ce ne sono ovunque: all’Università, i vicini di casa, gli anziani che vanno a ballare nelle balere il fine settimana per incontrare le giovani badanti o per mostrarle ai loro amici come l’estrema preda della loro vecchiaia sempre maschia … . Infatti sono sempre più convinta del fatto che quelli che siedono in parlamento e nelle sedi decisionali della politica, ma non solo “politici”, rappresentano effettivamente e numericamente il Paese reale, quindi il caso è diffuso, non isolato e non si tratta di un caso morale ma di un caso culturale e politico che interessa tutta la nostra società .
Ed è questo che fa rabbia, che le donne, e prima di tutte io stessa, che ci siamo confrontate e abbiamo litigato su posizioni diverse, noi donne del femminismo diffuso degli anni ottanta e novanta, stiamo con gli occhi spalancati ma chiusi, serrati di fronte al baratro in cui ci troviamo noi giovani generazioni e soprattutto le ragazze oggi.
Quali sono le opportunità che una società gerontocratica e verticistica, priva di mobilità sociale e di parità nella differenza tra donne e uomini, offre alle giovanissime? Due dei più antichi ruoli femminili di sempre sono quelli presentati come ideali per una giovane intelligente e che non voglia sprecare i propri talenti dietro una professione che al massimo la farà diventare una precaria, mediamente infelice, per almeno un decennio o forse di più. O la moglie e mamma di alcuni figli (meglio più di uno), casalinga e felice perché sposa di un uomo che si afferma nel lavoro, di un professionista giovane o giovanissimo anche lui ma figlio di o sponsorizzato da qualcuno … Oppure la velina e simili, la hostess, la ragazza immagine, quella che se è bella deve far valere questa bellezza sopra tutto per poter far carriera in ogni settore e magari fare anche l’università ma come contorno, sempre un passo indietro rispetto agli uomini con i quali si accompagna non da moglie … E’ da questo bacino di giovanissime che attingono i gerontrocrati del belpaese, e i figli maschi di buona famiglia di questa società sempre più ipocrita. E quali sono le opportunità alternative per le ragazze, quale voce diversa si alza per parlare alle giovani? C’è qualcos’altro che le ragazze possono fare in questo paese? Se guardiamo bene e siamo attente alle ragazze, notiamo che sono sempre di più quelle brillanti che per fare una carriera degna delle loro aspirazioni legittime sono costrette a emigrare, sono sempre di più quelle che si scelgono una professione tecnica e che lavorano in silenzio, magari con fatica, e vivono costruendosi, coraggiose come sono le donne, una specie di modus vivendi femminista in qualche modo, anche se non sanno nulla del pensiero e della politica delle donne, direi in un modo istintivamente femminista ….
Allora se questo quadro generale, e ovviamente non esaustivo, traccia una immagine verosimile, credo che sia arrivata l’ora di farsi una semplice e dolorosa domanda: quale è il bilancio del femminismo nel nostro Paese? Ha fallito quando non si è organizzato per dare una risposta autonoma e forte di fronte alla Legge 40 del 2004? Una risposta che andava nella direzione di sentire il bisogno di libertà di giovani donne con problemi di fertilità alle quali la legge negava proprio il principio di autodeterminazione? Ha fallito quando negli anni ottanta le donne del movimento e in particolare quelle dell’Università hanno deciso che non avrebbero lavorato per costituire in Italia centri di ricerca in Women’s Studies dentro le Facoltà, per organizzare la trasmissione di sapere e la ricerca scientifica orientata alle differenze di genere e per dare spazio nei concorsi alle giovani che si occupavano di studi delle donne? Hanno fallito all’interno dei partiti le donne che non hanno combattuto per ottenere fondi per centri di elaborazione politica o non li hanno direzionati a creare spazio dentro le strutture organizzative in cui si trovavano? Questi sono tutti punti su cui occorre riflettere. Infatti la mancanza di diffusione, non di femminismo o di teoria femminista nei libri, o di attività sporadiche di presenza politica su temi specifici, ma di metodologia di genere nella capacità di leggere il reale – quindi da insegnare e imparare nei percorsi di formazione – ha portato alla incapacità di lettura delle situazioni che cambiavano, ha portato tante giovani e giovanissime a non avere gli strumenti per poter continuare ad affrontare un patriarcato che stava solo rimodulando le proprie carte. E questi sono solo alcuni esempi, il catalogo potrebbe continuare … Ho molto apprezzato il documento del Gruppo delle donne del mercoledì sul “coraggio di finire”, l’ho trovato un gesto pulito di onestà intellettuale e proprio per questo raro, un modo molto coraggioso di prendere la parola per fare una riflessione su di sé, quasi una riflessione su una generazione di donne e di femministe che ora sono, assieme agli uomini a far parte più o meno, dei centri di decisione in tutti i settori della società civile. Pur non appartenendo a quella generazione, pur essendo stata sempre molto critica con coloro che chiedevano la nostra presenza silenziosa e assertiva per legittimare la loro leadership, pur avendo combattuto anche contro alcune posizioni del pensiero della differenza che non volevano vedere le altre differenze tra le donne, penso che oggi, a partire da punti di vista diversi ma insieme a loro, alle donne che onestamente si pongono dei dubbi, come me li pongo io, occorre rimettersi a lavorare per una rinascita dal basso. Per spalancare questi occhi, non per fare le indignate della situazione, quelle che puntano il dito e che poi chiudono gli occhi quando la “magagna” ce l’hanno dentro casa; non per fare le predicatrici, come molti uomini si sono messi a fare e girando l’Italia a moralizzare le masse. Il mio è un appello a riprendere una strada semplicemente come femministe che intendono ricominciare insieme un progetto politico, con onestà e semplicità, consapevoli che il “mercato della felicità” non esiste ma che la felicità passa per un riattivarsi del desiderio di fare politica insieme tra donne e non da sole. Infatti occorre riprendere una parola comune e farsi forza per mettere insieme e non per dividere, avere il coraggio di riformulare modalità di presenza politica, di prendere la forza, per parlare alle giovani che ci sono e che ci chiedono di essere insieme a loro, per parlare a quelle che potranno e vorranno ascoltare una parola e una pratica differente che sta a noi provare ad elaborare e a mettere in atto.
Monia Andreani
31 maggio 2009
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Musica a Corte: tempo di bilanci

Corte Malatestiana Fano
Con l’ultima serata di Musica a Corte tracciamo un bilancio di questi quattro eventi, dislocati nei mesi estivi, che nell’intento volevano delineare una continuità tra le attività invernali della Fondazione Teatro e quelle dell’Assessorato alla Cultura, continuità che ci è sembrata più apparente che effettiva. I titoli messi in cartellone erano assai impegnativi: concerto lirico inaugurale con brani da Traviata, Elisir e Don Pasquale, un allestimento di Bohème, il Requiem K626 di Mozart, la Petite Messe Solemnelle di Rossini. Tre erano gli ingredienti fondamentali sottolineati dall’organizzazione: a) popolarità; b) economicità; c) valorizzazione delle compagini locali
La popolarità è una scelta di indirizzo che non ha nulla di negativo in sé, anzi. L’importante è non cadere nella ripetitività delle scelte o in sovrapposizioni. E qui ci pare essere stato commesso un primo errore di valutazione: per quanto concerne la ripetitività, Bohème è ancora nella memoria di molti per l’allestimento diretto da Luciano Pavarotti nel dicembre 2004 e il Requiem è ancora nelle orecchie dei millecinquencento che affollarono San Paterniano nel giugno 2006; la Petite di Rossini, invece, -e qui siamo alle sovrapposizioni- è nel programma del ROF per il 20 agosto prossimo. Titoli che sulla carta suonano facili ed azzeccati ma che perdono di forza se inflazionati o gestiti in una programmazione non sufficientemente variata. Di fatto, il pubblico non ha reagito come qualcuno si aspettava, riempiendo solo a metà le serate pucciniane. I numeri parlano da soli: 800 presenze totali per Bohème in due serate , con 600 circa paganti e 200 omaggi, in piena estate e alla Corte che tiene quasi 800 posti di suo, questi dati ci suggeriscono che qualcosa non ha funzionato. Le cifre sembrano riferirsi ad un’opera di nicchia e non all’opera più rappresentata e vista al mondo. Detto questo, altre serate ci sembrano essere state riempite per altri meriti: i biglietti omaggio e gli inviti hanno funzionato benissimo per Lirica sotto le Stelle (ma si tratta di un appuntamento che fa il tutto esaurito ogni anno); in molti sono venuti a sentire il Requiem perché era dedicato al compianto Antonio Bigonzi; appena 150 circa erano i posti disponibili per la Petite (nella stessa situazione, durante la serata inaugurale del Jazz, Arrighini si è esibito due volte consecutive per esaudire le richieste del pubblico.
Secondo punto: l’economicità. Vanto degli organizzatori è stato quello di aver fatto tanto con appena 30.000 euro dell’Amministrazione Comunale, i proventi di varie sponsorizzazioni (ASET, BCC, Enereco, ed altri) e gli incassi da botteghino. Ma aver speso poco è concetto relativo e non significa, di fatto, aver speso bene. Anzi, abbiamo sentito cantanti non all’altezza in Lirica sotto le Stelle, eccezion fatta per la malcapitata Martyrosian che si è dovuta adattare a una quanto mai improbabile microfonatura, cosa che ha destato giustamente scandalo perché alla Corte malatestiana l’acustica è ottima. Abbiamo visto organici ridotti o ridottissimi, con un ensemble formato da uno sparuto gruppo di archi per il primo concerto, una Bohème senza coro e più di venti minuti di musica tagliati e con un’orchestra ridotta laddove lo spazio aperto e l’acustica della Corte avrebbero richiesto un organico pieno. E ancora, abbiamo sentito un’inedita e strana Petite Messe Solemnelle, sì, perché Rossini non la scrisse per un solo pianoforte come quella eseguita il 2 agosto a Fano, bensì per due pianoforti e un harmonium prima ancora di orchestrarla per evitare che altri compositori lo facessero in vece sua. Ma accanto a questi dati, oggettivi e quantitativi, è stato sempre percepibile un deficit qualitativo notevole, con la sensazione costante di un prodotto musicale finito che non era stato sorretto da un numero sufficiente di prove, musicalmente mediocre, con molti ingredienti delle produzioni (parliamo di diversi interpreti e dell’obsoleto allestimento di Bohème) anche di discutibilissima qualità. La domanda che nasce spontanea, a questo punto, è “perché non fare meno e fare meglio?” Ad esempio, una scelta più oculata e selettiva di due eventi, invece che di quattro, oltre che di interpreti qualitativamente più forti, avrebbe consentito un più alto numero di prove e una conseguente maggiore resa, per un più felice godimento del pubblico.
E qui veniamo al terzo e ultimo punto, quello della valorizzazione delle masse. Con una selezione e discrezionalità maggiore dei titoli e degli eventi, orchestra e coro sarebbero stati impiegati meglio, con un numero di giorni di lavoro non dissimile da quelli pianificati sui quattro eventi realizzati, ma finalizzati al raggiungimento di obiettivi di maggiore qualità e al riconoscimento della professionalità degli orchestrali e delle doti musicali dei coristi. In questi anni abbiamo spesso analizzato criticamente la Rassegna Lirica Torelliana, ne abbiamo indicato virtù e punti deboli, ma ora dobbiamo assolutamente difenderne l’impostazione di fondo e sottolinearne la coerenza, soprattutto nel rapporto dialettico proficuo che ha avuto con le masse. Musica a Corte ci è sembrato un autogol proprio per le due compagini locali (Orchestra Rossini e Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini) che hanno dato una prova sicuramente inferiore rispetto a quelle che siamo abituati a vedere nel palinsesto invernale proprio grazie al loro lavoro serio e professionale. La nostra preoccupazione più forte, ora, è che i valori dati dalla competenza e dalla cultura della Torelliana, non si appiattiscano su questo modello estivo. Piuttosto pensiamo che a Fano sia opportuno vagliare con più incisività le scelte fatte in campo musicale e teatrale e di operare solo scelte di qualità e per la qualità, ridefinendo il campo d’azione di Assessorato e Fondazione Teatro. Ad esempio, 30.000 euro in più sarebbero stati preziosissimi per il Fano Jazz by the Sea che avrebbe potuto costruire un palinsesto più articolato, potenziando un’iniziativa che attrae a Fano da diversi anni un pubblico attento in una cornice bellissima. L’obiettivo di questa città, a nostro avviso, è infatti quello di partecipare alla vita culturale, possibilmente non solo locale, con mezzi adeguati e scelte precise, se si vuole anche coraggiose, ma sempre di effettiva qualità.
Monia Andreani e Valerio Mezzolani
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Bohème alla Corte Malatestiana: una serata da dimenticare
E pensare che di Bohème a Fano ne ho viste parecchie, senza citare l’edizione a cura di Pavarotti, ho assistito a diverse serate in questi anni, qualcuna più riuscita di altre, ma tutte a modo loro genuine e toccanti. Invece ieri sera alla Corte Malatestiana è andata in scena una Bohème che ha avuto pochi spettatori alla sua prima e pochi applausi a fine spettacolo, una edizione che non è generalmente piaciuta . Questa edizione si presentava senza la partecipazione del coro, che effettivamente non ha uno spazio importante a livello quantitativo ma che tuttavia ha una fondamentale funzione proprio per sottolineare l’intreccio tra i personaggi in un’opera che è quasi un dipinto impressionista sulle belle speranze purtroppo tradite di giovani intellettuali e artisti ma anche artigiani, alla fine dell’ottocento nella capitale francese. In questo modo il secondo atto dell’opera, che è tutto dedicato alla presentazione della vita bohèmien, e all’ introduzione di Mimì nella cerchia degli amici di Rodolfo, con la gente delle strade di Parigi a Natale che diventa la protagonista assieme ai personaggi principali, è andato quasi completamente perduto. Per il resto l’opera, che aveva quale unico punto di forza la bella direzione del maestro Agiman alla guida di una orchestra Rossini che ha saputo regalare una piacevole esecuzione, non ha retto dal punto di vista vocale e registico. Tra gli interpreti spicca in maniera negativa l’interpretazione del tenore che non è riuscito a cantare il ruolo di Rodolfo in maniera accettabile, la voce non era a posto, risultava priva di grazia e troppo spesso scivolava in stonature davvero sgradevoli. Da notare in positivo l’interpretazione della soprano che, pur facendo una Mimì sfacciata quasi come Musetta, una Mimì che non ha mai avuto un accesso di tosse (e qualcuno si è chiesto anche di cosa sia poi morta visto che era così solare e in piena salute), almeno ha saputo reggere a livello vocale la parte principale dell’opera. Non è poi il caso ricordare le parti d’assieme che erano davvero poco precise e a tratti così scoordinate da far risultare l’opera di Puccini addirittura noiosa e a tratti soporifera. Per quanto riguarda la regia si può dire solo che sembrava di assistere ad un’altra opera, niente dell’atmosfera dolce e intimista, spensierata ma anche triste e tragica di Bohème era presente. I cantanti si muovevano in maniera meccanica e leziosa, il contesto del mordente freddo parigino era completamente scomparso, scomparsa la scena di neve con cui si apre il terzo atto e scomparsi tutti gli esterni, i cantanti erano tutti poco vestiti e allegri come se stessero benone e non morissero, invece, di freddo e di fame … L’unica trovata scenica è stata quella di far morire Mimì in piedi, trasformandola così in una specie di Sonnambula vestita di bianco un po’ fantasma evanescente … con tutto il contesto di tragico commiato degli amici che non si capiva affatto. A fine della serata ho sentito persone che hanno sottolineato come questa fosse la peggiore opera da loro mai vista.
E così mi vengono alla mente alcune semplici domande da ascoltatrice: se lo scopo degli organizzatori era risparmiare ma anche fare un’opera di qualità, valorizzando le potenzialità del Coro del Teatro della Fortuna Mezio Agostini e dell’ orchestra Rossini, perché imbarcarsi in una Bohème in cui è stato sacrificato il coro a favore magari di una regia controproducente e di una scenografia quasi inesistente? Perché non puntare sulla qualità dei cantanti e fare un’opera in forma di concerto con coro e orchestra, invece di una edizione di basso livello e senza il coro? Credo che, ancora di più rispetto alla Lirica sotto le stelle, dove Dulcamara cantava la sua aria senza l’intervento della tromba “obbligata” e senza il coro, tutti questi tagli un po’ qua e là con pessimi risultati dovrebbero essere spiegati al pubblico scontento.
Monia Andreani
Il ritorno delle donne salmone. Ovvero: il sogno astratto dei “no choice”.

Il racconto di Dada Knorr sarà pubblicato con le illustrazioni di Patrizia Diamante su uno dei prossimi numeri del mensile A rivista anarchica.
A rivista
Patrizia Diamante studio
il blog di Pralina Tuttifrutti



Viola di mare… e omofobia peninsulare…
ottobre 27, 2009 alle 11:08 pm · Archiviato in cultura gaya, Senza Categoria ed etichettato con: omofobia e viola di mare, raffaella silipo su bacio lesbico, stefania miretti su bacio lesbico, viola di mare commenti blog, viola di mare film scheda critica, viola di mare recensione, viola di mare scheda critica su culturagay
“Il bacio -proibito- piace solo da finto…”
così scriveva la giornalista Raffaela Silipo su La Stampa del 19 ottobre, ricordando come, nonostante tutte queste dimostrazioni di sdoganamento del lesbismo nei mass media (sit-com, film, concerti, interviste, red carpets…) nella realtà le aggressioni omofobe contro le donne che si mostrano in giro insieme aumentino (due ragazze padovane aggredite da un gruppo di magrebini perché si sbaciucchiavano solo pochi giorni fa…).
Anche il fenomeno mediatico incredibile e piacevole di “Viola di mare” è quindi da analizzare nel contesto della forzata invisibilità delle lesbiche italiane, o lelle, o donne gay o come vi pare…
vi segnalo per questo la recensione “Viola di mare ovvero la solitudine della lesbica italiana” su Cultura gay.
Molto carino anche l’articolo-fotoromanzo di Stefania Miretti uscito su Gioia del 31 ottobre, sui baci “famosi” ai quali viene dato una specie di voto!
Per le ragazze: se avete commenti da fare e analisi del film da suggerire potete farlo anche sul forum di EllexElle.
In quanto alla situazione omofobia nel nostro Paese…
E’ difficile essere credibili quando per scelta ideologica si vuole negare la realtà, l’evidenza. Eppure è questo che hanno fatto qualche giorno fa i deputati di Pdl, Lega e Udc, affossando la proposta di legge contro l’omofobia promossa dalla deputata Paola Concia.
Eppure è stato negato il problema delle aggressioni omofobiche. Come se queste non fossero causate da un odio di origine culturale sul quale occorre intervenire con delle aggravanti, in maniera da tutelare penalmente chi lo riceve, per non fare finta che chi ingiuria e aggredisce qualcuno o qualcuna perché è omofobo lo faccia perché ha fatto tardi al semaforo.
La legge Mancino, del 1993, aveva già introdotto delle aggravanti per tutelare minoranze e categorie di persone a rischio di particolari violenze e discriminazioni. Ma la discriminazione causata dall’orientamento sessuale non era stata inclusa. Eppure si tratta di una categoria che riguarda ben oltre il 10% della popolazione.
Il bigotto direttore di “Scienza e Vita”, ora delfino del quotidiano L’Avvenire da quando l’ex direttore, Boffo, si è dimesso, ha dichiarato “è bene che questa proposta di legge non sia passata, perché si sarebbe introdotto di nuovo un reato di opinione”. Una dichiarazione ipocrita perché la legge non intendeva punire “opinioni” ma aggressioni, insulti, diffusione di teorie incitanti all’odio ed alla discriminazione. E’ bene chiarire che l’orientamento sessuale non è una “deviazione” o un “incidente di percorso” ma una caratteristica propria di ogni essere umano, non si può più accettare quindi che in un Paese civili ci sia gente che, ignara di questa realtà e del fatto che non viviamo più nella Preistoria, creda di poter impunemente continuare a offendere, segregare, aggredire gay, lesbiche e transgender solo perché sono una minoranza e non vogliono più nascondersi appunto, nelle caverne.
Nel 2008 una legge italiana, dopo varie trattative e modifiche, ha finalmente dichiarato che è un reato discriminare una persona sul lavoro a causa del suo orientamento sessuale. Eppure questa giusta visione non riesce ancora a passare nell’ordinamento italiano con le chiare parole, “orientamento sessuale”, che la definiscano, anche se sia la Costituzione italiana (articolo 3) che la Dchiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) detti chiaramente il principio di uguaglianza tra i cittadini e le cittadine, qualsiasi differenza naturale (che colore delle pelle hai, di che sesso sei) o di scelta culturale e sociale (la religione) essi posseggano.
La maggior parte degli Stati europei (Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Spagna, Svizzera, Svezia, Ungheria, Regno Unito, Serbia e Montenegro, Repubblica Ceca) ha introdotto la definizione di “orientamento sessuale” tra queste differenze già tutelate. E’ ora di ricordare ai parlamentari italiani che le leggi si fanno sapendo guardare alla realtà e al diritto alla felicità delle persone, e non ai pregiudizi che evidentemente covano copiosi sotto i velluti rossi di Montecitorio!
dada knorr patchwork
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