rimarchevole…
meglio riassumere…Archivio per pesche sciroccate
Per chi suona il Campanello?
Al Teatro della Fortuna di Fano, per la Rassegna Lirica Torelliana, il 4 e 6 febbraio è andato in scena Il Campanello di Donizetti, deliziosa farsa in un atto, rappresentata nella versione napoletana con i dialoghi parlati. La scelta di questo gioiello di ironia rientra nell’alveo di un percorso già intrapreso da alcuni anni – e con molto successo – dalla Sovrintendenza e dalla Direzione artistica del teatro, la prima nelle mani di Simone Brunetti, la seconda affidata in questa stagione alla Soprano di fama internazionale, Fiorenza Cedolins. Prima ci fu il Don Gregorio (2008), poi Le Convenienze e inconvenienze teatrali (2009) e adesso il cerchio si chiude con Il Campanello. La storia per cui Donizetti ha scritto in pochi giorni sia libretto che musica, facendone omaggio ad una compagnia di cantanti in difficoltà, proviene da una vaudeville francese ed è semplice e perfetta per divertire ancora oggi. Don Annibale, un vecchio speziale napoletano alla vigilia di un lungo viaggio che lo porterà lontano dalla sua città, ha sposato la giovane e bella Serafina. Ma nel bel mezzo della festa di matrimonio, arriva a rompere le uova ne paniere, Enrico il cugino ed ex fidanzato della giovane che ne è ancora innamorato e intende mandare a monte la prima notte di nozze per riconquistare la sua amata. Finita la festa, tutti vanno a dormire, ma il vecchio Don Annibale non riuscirà a trascorrere neanche un minuto con la bramata mogliettina perché durante tutta la notte il campanello della farmacia suonerà. Enrico, infatti, cercando di impedire che il matrimonio venga consumato, si camuffa abilmente e impersona, di volta in volta, tre improbabili viandanti notturni in cerca di una miracolosa cura. Il regista dello spettacolo, Mauro Avogadro ha deciso di trasporre la scena negli anni cinquanta e di mettere in primo piano un lungo e psichedelico scaffale di farmacia, attorno a cui ruotano tutte le situazioni. Il centro dell’opera è infatti costituito da due elementi esistenziali, del tutto necessari all’uomo borghese di metà ottocento e, vorrei dire ancora oggi: il primo è il lavoro – l’opera prende il nome dal campanello della farmacia – e Don Annibale è un famoso e zelante speziale; l’altro elemento è il matrimonio e la fedeltà d’amore, che sono il motore di tutta la farsa … Ma se Don Annibale vecchio scapolo è in cerca di un matrimonio di stabilità ed invece, Enrico, giovane dongiovanni, vuole rimediare ai tradimenti riconquistando la sua amata, il vero mistero dell’opera è proprio il personaggio femminile, la non proprio serafica Serafina… Perché infatti, se lei ama Enrico come sembra, decide di sposare Don Annibale? Per semplice ripicca di fronte ai tradimenti dell’amato? Di certo Serafina non è una Norina del Don Pasquale – una donna furba e smaliziata che usa la sua bellezza per gabbare il vecchio e raggiungere lo scopo di sposare il suo amato – anche se all’interno della produzione fanese la bravissima Stefania Donzelli interpreta un’aria di Norina, facendo intendere che questa Serafina del tutto angelica non è mai … Tuttavia questo personaggio è più vicino, all’Adina dell’Elisir, una ragazza che sa il fatto suo ma che non deve per forza rompere le convenzioni per dimostrarlo … e alla fine canta un’ aria tutta dedicata all’amore coniugale, strizzando però l’occhio al giovane Enrico … Infatti, mentre tutti sanno chi vuole finire tra le sue braccia, nessuno viene a sapere da quali braccia lei desidera essere circondata Serafina è quasi sempre assente dalla scena, anche se è lei che tutti vogliono, è lei per cui tutto viene strumentalizzato dai due contendenti, ma è proprio lei che forse nessuno avrà completamente, un po’ come l’eterno femminino, che sfugge sempre perché sta solo nella testa di chi lo cerca … Ecco perché il campanello continua a suonare … L’allestimento di Fano è stato impreziosito dalla presenza di tre professionisti di gran calibro: Don Annibale era Alfonso Antoniozzi – perfetto in scena anche se con qualche imperfezione dal punto di vista vocale, Enrico, vero mattatore dell’opera era il bravissimo Roberto De Candia che ha cantato la parte in tono e ha regalato a Fano una serie di La naturali, davvero preziosi. Serafina era Stefania Donzelli, che è riuscita a trasformare con grande intelligenza e capacità attoriale, un personaggio secondario, nella star della serata, esibendo una voce sempre molto bella e carismatica, supportata da grande tecnica. Bravissimi anche Elena Bresciani, nella parte della mamma di Serafina, e Martino D’Amico in quella di Spiridione, il domestico dello speziale. Molto bene il Coro del Teatro della Fortuna – Mezio Agostini e l’orchestra Rossini, ormai presenze solide e mature della Rassegna Torelliana. Per finire un’annotazione speciale è dedicata ad un raffinato inserto jazz nella partitura donizettiana, giusto un cammeo firmato da Roberto Molinelli, che è servito a rendere ancora più accattivante lo spettacolo. In tutto questo successo suona stonato solo un campanello, quello della pubblicità che è stata fatta per presentare l’opera … una produzione così importante per una città provinciale e con scarsa produzione culturale doveva essere considerata la priorità assoluta, un mezzo per promuovere la Fano che produce eccellenza, una sinergia perfetta con le sfilate di Carnevale … e invece scialbi manifesti bianchi con minuscole scritte che richiamavano allo spettacolo, potevano essere intercettati solo da occhi allenati in mezzo a selve indecenti di bell’imbusti che si pubblicizzano per le prossime elezioni …. E’ che dire? Forse un giorno, quel campanello che non dà pace a Don Annibale suonerà anche per loro …
Monia Andreani
La bellezza salverà il mondo?
Incredibile come, pur a corto di parole, la regista hollywoodiana, nativa fanese, riesca ad esprimere il parere di tutti/e noi sulle linee programmatiche del nuovo assessore fanese alla cultura, signor Mancinelli, tutte incentrate, oltre che sul salvataggio dell’esistente, su letture de “L’idiota” , dal quale la celebre frase.
Ricordiamo che per una visione ottimale occorre cliccare su Wiew all Image e poi scegliere Original Wiew. La colonna sonora è disponibile cliccando sull’icona dell’altoparlante, non perdertela.
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Raffaello… a sorpresa.

Mercoledì 8 luglio, alle ore 21.30, presso la Corte Malatestiana di Fano, L’assessore alla cultura della Regione Marche, Vittoriano Solazzi e il neo-Presidente della Provincia di Pesaro-Urbino, Matteo Ricci hanno introdotto con grandi elogi il matematico Piergiorgio Odifreddi, a conclusione di un ciclo di incontri sulla mostra di Raffaello in Urbino.
Dopo famosi esperti di storia dell’arte rinascimentale, quali Vittorio Sgarbi e il direttore dei Musei Vaticani, Odifreddi è stato invitato a parlare di “Raffaello e la matematica”.
Il professore è apparso stupito dalle grandi aspettative che i due politici hanno dimostrato nei suoi confronti e non ha esitato a chiarire immediatamente che lui non conosceva affatto Raffaello né la pittura Rinascimentale. Ma evidentemente non ha ritenuto questo un motivo sufficiente per rifiutare l’invito a parlarne.
Odifreddi ha quindi ammassato una serie di nozioni da scuola dell’obbligo su Raffaello, Michelangelo e le loro opere più famose, “La Scuola di Atene” e “La Creazione”, per altro assenti dalla mostra di Urbino, con estesi aneddoti su Freud, Nabokov ed altri argomenti di cui aveva una conoscenza più approfondita [il tutto inframmezzato da continue allusioni ironiche al motivo per cui è diventato un personaggio, cioè il proprio ateismo].
Con una grandissima faccia tosta ed un ancor più grande sprezzo del ridicolo, Piergiorgio Odifreddi ha parlato per un’ora e mezza di un argomento di cui non era affatto competente.
Ho provato la sensazione di trovarmi nel film “Amici Miei” di Monicelli, vittima di una “zingarata” dei quattro amici protagonisti, i quali organizzavano beffe ad un pubblico ignaro, come quando si sono spacciati per un coro sacro ed hanno cantato davanti ai serissimi soci di un circolo di musica antica, una canzone piena di volgarità e parolacce.
L’unica differenza è che quei spettatori, accortisi del raggiro hanno cacciato a pedate i quattro goliardi.
Il pubblico di Fano, invece, ha ascoltato, sperando che prima o poi il relatore, dopo tante divagazioni affrontasse il tema annunciato, ma è stato beffato dal professore, che, non sapendo come concludere, ha troncato dicendo che s’era fatto tardi e doveva tornare a Torino.
Alcuni si sono sentiti offesi da tanta superficialità e la maggior parte del pubblico è rimasta insoddisfatta.
Più di cinquecento persone presenti, che cercavano di approfondire la propria conoscenza su Raffaello e si sono ritrovate ad ascoltare banalità risapute devono capire perché è stato scelto, tra altri studiosi più competenti proprio Odifreddi, chi l’ha scelto e quanto è stato pagato per parlare di un argomento che non conosceva.
Margherita Durassi.
Noemi… laTizia

…tutti a scandalizzarsi per le festicciole del nostro presidente del consiglio… lui che notoriamente non è un adone e usa i rialzi alle scarpe, ama circondarsi di belle e giovani fanciulle…
eppure la convinzione che il maschio italiano, anche quando non piacente, debba essere circondato di belle fanciulle adoranti è a quanto pare comune, povere noi! Ecco uno scatto dell’iniziativa estiva fanese “Trimalcione”.
Ed ecco un breve racconto di Dada Knorr dedicato a tutte le donne che vivono nella adorazione di un difficile traguardo di perfezione estetica che a volte sembra perbenismo, potremo chiamarlo perbellismo.
Tutto il bello su di me.
Ecco cosa mi consigliano per oggi gli esperti della bellezza femminile: una crema lucidante.
Rende l’epidermide setosa, e le dona “i riflessi naturali che valorizzano l’abbronzatura”. Picchiettare delicatamente me stessa. Ormai ogni elemento naturale che sia stato sperimentato nella cosmesi non ha più segreti per me. La mia pelle si nutre tutti i giorni. Assorbe linfa vitale nelle sue forme più varie.
Nessuna ragazza che sia sopra i trent’anni ignora questo singolare fenomeno: quando la tua pelle s’esprime. Te ne accorgi all’improvviso: ti guardi allo specchio e noti che adesso la tua pelle si esprime al di là della tua volontà, di come sei cosciente. Un giorno, pronta ad uscire, convinta che sarà una bella serata e che tu farai ogni sforzo per brillare e star bene, ti vedi di sbieco allo specchio mentre sei in corridoio. Eccoti, di sfuggita: la tua pelle è opaca, grinzosa, se ne fotte di te e della tua cena con gli amici, se ne sbatte, ed hai una borsa sotto un occhio.
Conosco le superfici dell’alchimia. Tempo fa ho visto in tv immagini di operaie dagli occhi a mandorla vestite con eleganza di camici e cuffie verdi. Si muovevano elegantemente, la pelle bianca, in ambienti asettici, con bracci meccanici. Stavano producendo la mia crema per la notte con ingredienti quasi osceni, come la placenta bovina. Altre volte ho visto mani che raccoglievano fiori tropicali dai petali così spessi, vellutati e gonfi da sembrare stoffe. Da quelli, a migliaia, distillano il mio siero vitale per il giorno, che la pelle beve avidamente.
Anche la materia oscura, quella di cui siamo fatte noi donne, beve con una sete infinita come poppando. Nessuno la vede , si chiama oscura apposta, ma affinché si mostri un attimo e brilli occorre nutrirla di spezie speciali, di succhi preziosi, di piccole microscopiche particelle luminose, ricavate dai metalli.
La frutta viene colta e spremuta, dagli alambicchi passa alle mie labbra, per coprire le piccole crepe del mio disgusto. L’argento viene polverizzato, diviene nanopolvere, una sostanza impalpabile e insidiosa che si stende sulle mie guance, coprendo i solchi delle mie notti di noia.
A volte mi sembra di stare seduta sotto la classica palma tropicale, nell’atollo deserto. Mi riparo dal sole e guardo il mare. E’ così sterminato che potrebbe sterminarmi anche ora se volesse, invece lambisce, sornione, la sabbia grigia. L’orizzonte è immenso, mi giro e non vedo che nulla tutt’intorno. Chiudo gli occhi. Immagino la mia vita che scorre portando lontano da me, da quest’isola, tutte le cose più care, gli oggetti della mia quotidianità. Galleggiano piano e si allontanano da me in quest’oceano. Rimango qui sola e senza cose. La luce mi invecchia pian piano. Non ho il filtro solare e la crema do agar-agar ma me ne frego. Poi mi sveglio ma sto sempre sognando. Mi vedo come dal di fuori, eccomi: scura e coperta di collane come una madonna blasfema, gli occhi neri, la bocca aperta che mostra al suo interno il vuoto, nero. Sono morta? Sono io?
Quale voglia irresistibile di essere giovane, bella, le labbra chiuse carnose e ammiccanti, le spalle lisce che si mostrano nel loro trionfo. Invece no, quella non sono io.
Io sono questa oscurità che vive nel tempo notturno che scorre e mi addebita la vita vissuta. Sono nuda nel mio buio, e se me ne accorgo posso essere libera finalmente, e orribile. Come la vecchia di quella poesia, che gira con le sporte di plastica, sdentata, ciba i gatti e ride. Come la prostituta che uccide i clienti in un mare di sangue violetto, facendo tintinnare i suoi bracciali. Come la segretaria che di colpo al mattino va a lavorare spettinata e puzzolente di caffè o di brandy, o di entrambi.
In bagno ho un armadietto di vetro molto bello, su di una mensola ho tutte le creme da giorno. Più in alto prodotti speciali, dall’antirughe filler al fondotinta. Una mia amica invece tiene tutto alla rinfusa, decine di barattoli e stick, mischiati a pettini, collane, orecchini e forcine. A volte sbaglia a pescare quel che le serve. E ride.
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