rimarchevole…
meglio riassumere…Crocefissi a scuola: tanta bagarre…tanti errori.

In questi giorni quasi tutti i politici locali si sono sentiti in dovere di scendere in campo come opinionisti sulla sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo.
Alcuni hanno presentato la decisione della Corte come una offesa, o peggio, un oltraggio operato da alcuni buontemponi, finendo a discutere di zucche.
O addirittura hanno descritto, non lesinando giudizi su questioni pedagogiche a loro probabilmente sconosciute, la signora ricorrente come una affiliata a organizzazioni… dedite a disprezzare il credo altrui.
E’ il caso invece di ricordare che la Corte è un organismo che è tenuto ad applicare la “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, della quale quest’anno ricorre il 60esimo anniversario. La Corte è composta da membri del 47 stati aderenti al Consiglio d’Europa. E’ indubbio quindi che essa non operi parteggiando per questo o quello Stato, questa o quella Religione.
La sentenza della Corte riguarda un caso, e non rappresenta una ingiunzione generale. Non solo, nel decidere la Corte ha tenuto conto delle ragioni opposte dal Governo italiano, che ha comunque ammesso che l’esposizione obbligatoria del crocefisso nelle aule pubbliche è risalente a periodi nei quali la religione cattolica era considerata religione di Stato (sancita come tale nel 1871 e poi coi Patti del 1929, sino a cessare di essere tale col Concordato del 1984).
Il Governo italiano infatti non contesta le ragioni della signora Lautsi ma afferma che “bisogna capire che la Repubblica italiana, benché laica, ha deciso liberamente di mantenere il crocefisso nelle aule scolastiche per diversi motivi, tra i quali la necessità di trovare un compromesso coi partiti d’ispirazione cristiana che rappresentano una parte importante della popolazione e coi sentimenti religiosi di questa”. (Caso Lautsi contro Italia, richiesta n.30814/06, sentenza del 3 novembre 2009, Strasburgo).
Viene riconosciuto cioè che, al di là dei principi etici che si vedono rappresentati nel crocefisso, e che possono essere ritenuti universali e presenti anche nella Costituzione italiana e in altre Carte, il crocefisso abbia una valenza preminentemente religiosa e che la sua esposizione sia dovuta anche ad opportunità di carattere politico.
Per questo la Corte, dopo attento esame, ha ritenuto di doversi richiamare all’articolo 9 della Convenzione, in quanto è problema civile e pedagogico reale che i figli della signora Lautsi, come tanti altri originari di famiglie laiche o comunque altrimenti religiose, si “sentano educati in un contesto scolastico segnato da una religione data”, mentre, recita l’art. 9 della Convenzione:
“…la libertà di manifestare la propria religione o le proprie convinzioni non può essere oggetto di altre restrizioni se non di quelle che…costituiscono misure necessarie alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.
Perché dunque invocare la guerra di religione o insistere, come fece il Ministero della Pubblica Istruzione nel 2007, circa l’esposizione del crocefisso accanto al ritratto del Presidente?
Per calcolo politico ovviamente, per spacciare la battaglia a favore dell’esposizione del crocefisso come propria professione di etica cristiana oltretutto fortemente irreale. E’ infatti realtà di questi mesi lo strazio dei respingimenti voluti da questo Governo ed effettuati al largo delle coste siciliane, nei confronti di persone probabilmente bisognose di asilo, e la Corte europea, purtroppo, è costretta a condannare l’Italia anche in altri casi che riguardano il rispetto dei diritti umani, come quelli che hanno riportato l’attenzione sui pestaggi in carcere.
Ben venga quindi, in una società che vede molteplici Intese tra Stato e religioni e una secolarizzazione sempre più intensa, anche la decisione della Corte, che riporta alla realtà un Governo ed una società che sembrano voler vivere solo di parole e di sceneggiate.
Francesca Palazzi Arduini.
“Muri appesi ai crocefissi…”

Prima l’UdC di Fano che si scatena contro la paventata ipotesi di concedere anche agli studenti musulmani la loro ora di religione nella scuola pubblica, poi vari ”comunicatomani” (scusate il neologismo) fanesi e Giancarlo D’Anna (AN) che interviene a razzo dal suo blog e con comunicati stampa stigmatizzando la Corte Europea che ha giudicato illecita l’affissione dei crocefissi come simboli religiosi nelle aule scolastiche pubbliche…
Sembra proprio che al centro destra fanese piaccia intervenire su questioni nazionali anche a livello locale… e sempre con interventi “punitivi” di più ampie intuizioni e deliberazioni. Deliberazioni che, come nel caso del crocefisso, non intendono minimamente affossare tradizioni e culture ma semmai evitare imbarazzo, sempre che qualcuno non voglia affermare che i brutti manufatti in plastica affissi “burocraticamente” nelle aule debbano simboleggiare la nostra cultura e le nostre tradizioni! Meglio Giotto, direi, magari visto non a spoposito e per circolare ministeriale!
Abbiamo assistito di recente alla levata di scudi contro l’ipotesi di ora di religione dell’Islam parificata a quella cattolica nelle scuole pubbliche. Si è trattato di esternazioni di utilità propagandistica per coloro che continuano a difendere i privilegi di cui gode la religione cattolica nell’insegnamento sia pubblico che privato. Ciò perché non solo non esiste ancora una Intesa tra Stato italiano e comunità islamiche, e quindi ogni ipotesi di ulteriori accordi è prematura. Ma anche perché la religione cattolica è l’unica a godere della sua ora dedicata all’interno degli istituti pubblici,e di cospicui finanziamenti dei suoi istituti privati.
C’è chi afferma che questo è giusto poiché si tratta della religione della maggioranza della popolazione italiana. Ma affermando questo nega non solo la libertà ed i diritti delle cospicue minoranze religiose, che egualmente attendono ai doveri civili e quindi dovrebbero usufruire di pari diritti, ma il principio per il quale non si “suppone” che un individuo appartenga ad una fede religiosa e ne approvi le politiche sociali per “silenzio assenso”.
Sta di fatto che in Italia solo il 49% dei cittadini aventi diritto devolve il proprio otto per mille Irpef, e di questi solo l’85% lo devolve alla Chiesa cattolica. Ne risulta quindi che, dagli ultimi dati a disposizione, solo 42 % dei cittadini partecipa al finanziamento della Chiesa cattolica. (e si tratta di dati non aggiornati!).
In Italia la percentuale dei cattolici praticanti è stata stimata del 36,8%, mentre i “credenti” sono valutati circa il 70%. Si vede perciò che esiste uno scollamento tra scelte di fede e scelte di adesione ai culti, ed alle politiche, della Chiesa.
Per non parlare poi del meccanismo di adesione di studenti e genitori alla ora di religione nella scuola pubblica, spesso scelta per inerzia e mancanza di valide alternative.
Riguardo la “secolarizzazione” della società italiana basti pensare che il numero dei matrimoni civili è in aumento (oltre il 20%) e che lo è anche il multi culturalismo, che ha portato in questi anni alla firma di Intese di vario genere; lo Stato italiano ha siglato Intese con legge con la Tavola Valdese, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno, l’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia, l’Unione Cristiana Evangelica Battista in Italia, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia. Ha poi siglato altre Intese con la Chiesa Apostolica in Italia, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova, la Sacra Arcidiocesi d’Italia ed Esarcato per l’Europa meridionale, l’Unione Buddista italiana, l’Unione Induista italiana. Lo Stato italiano ha anche riconosciuto l’Istituto Buddista italiano Soka Gakkai ed ha più volte avviato consultazioni per pervenire ad un’Intesa con le Comunità religiose Islamiche, per le quali si è costituita una Consulta per l’Islam italiano (si stima che la popolazione italiana di fede musulmana sia almeno l’1,5% di quella totale, che rasenti quindi il milione e mezzo di persone).
Perché quindi difendere ideologicamente il privilegio di una “maggioranza” astratta e non fare invece in modo che, pur nell’assoluto rispetto delle libertà individuali di ognuno che debbono sì essere privilegiate rispetto ad ogni uso e costume comunitario, le comunità religiose non abbiano pari spazio pubblico? Pari doveri, pari diritti: uno slogan che sembra non piacere ai mastini dell’integralismo cattolico nostrano che, anzi, pur mostrando interesse all’alleanza con altri culti parimenti rigidi e nemici della laicità, mostrano però di voler mantenere i privilegi… tutti per loro, ed osteggiano lo sviluppo, anche culturali, di altri pensieri religiosi in Italia… basti pensare che in alcuni casi definiscono “sette religiose”, in termini spregiativi, le religioni differenti dalla loro!
Il corpo delle donne, proiezioni

FANO, venerdì 23 ottobre 2009, Sala Santa Maria Nuova, via Da Serravalle, ore 21.
PESARO, mercoledì 28 ottobre, Sala ex V Circoscrizione, Vismara, via Basento, ore 21.
Promuovono l’iniziativa: Cooperativa sociale Labirinto, la Scintilla nel Vento, i ragazzi del C’entro Dentro
PESARO, Sezione femminile Casa circondariale di Villa Fastigi: proiezione non aperta al pubblico.
URBINO, mercoledì 11 novembre, Sala Serpieri, Collegio Raffaello, Piazza della Repubblica, ore 21, patrocina l’iniziativa il Comune di Urbino – Assessorato alle Pari Opportunità.
Consulta per la laicità in provincia di Pesaro e Urbino
http://consultalaica.wordpress.com
Il corpo delle donne. Sulla scomparsa del femminile nella tv attuale. Documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi (2009).
Dice Lorella Zanardo, autrice del documentario: «IL CORPO DELLE DONNE
è il titolo del nostro documentario di 25′ sull’uso del corpo della donna in tv. Siamo partiti da un’urgenza. La constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti». Il lavoro mette anche in rilievo la cancellazione dei volti adulti in tv, il ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e le conseguenze sociali di questa rimozione.
L’opera ha ottenuto in questi mesi un grande successo nel web per poi far approdare la tematica a varie trasmissioni su reti televisive, radiofoniche e quotidiani nazionali.
La Consulta per la laicità in provincia di Pesaro e Urbino propone il documentario ed un dibattito con la filosofa Monia Andreani (che si occupa di Gender studies e di Filosofia della differenza sessuale) e la sociologa Emanuela Ciuffoli (studiosa di linguaggi visivi e di fenomeni del web).
Fratelli d’Italia… contro le sorelle!

Ancona – “Non è ammissibile che l’Inno Nazionale venga utilizzato per una pubblicità – dichiara il consigliere regionale Pdl Giancarlo D’Anna-
dopo aver ascoltato alla televisione la pubblicità di una nota ditta che produce calze da donna. D’Anna, che ha aperto alcune settimane fa un gruppo su Facebook a difesa di Fratelli d’Italia che ha superato le 3.000 adesioni, contesta l’utilizzo dell’Inno per fini meramente commerciali che niente hanno a che vedere con i valori, i sentimenti ed il significato insiti nell’Inno Nazionale. «Più che una caduta di stile – dice D’Anna – è un’offesa». Di qui l’invito da una parte a ritirare la pubblicità. Dall’altra un provvedimento che vieti un tale utilizzo in futuro.” 13 ottobre 2009
Questo è lo spot pubblicitario che ha fatto indignare il consigliere regionale An, Giancarlo D’Anna.
http://www.youtube.com/watch?v=n91TpXTIBv4
Diciamolo, si tratta del nuovo spot della ditta Calzedonia, intitolato Sorelle d’Italia, che termina con una voce di donna che recita “Il futuro è rosa”.
La parodia, decisamente di buon gusto è del tutto eterosessuale e/o matriarcale (le bimbe si sprecano), e corredata da un certo Scipio che porge il casco del motorino a Italia. Si tratta di un Inno di Mameli “cool”, che anche se impegnato a farci piacere le calze di questo marchio, non può essere certo definito “illecito”! Con tutte le offese e le volgarità che noi donne quotidianamente subiamo, e gli spot pubblicitari che ci presentano come delle idiote (o al massimo stitiche, oppure avete presente quello nel quale due tipe neanche 50enni si lamentano perché si pisciano addosso e puzzano in ascensore? )… oltretutto.
Che l’Inno di Mameli non possa essere re interpretato è una opinione che va contro l’espressione culturale ed artistica delle persone. Che in una società che cambia (dal 1847 è cambiata di sicuro), la presenza femminile debba essere ricordata anche dagli spot pubblicitari intelligenti è sicuro. Forse il signor D’Anna vuole rendere così sacro e intoccabile l’Inno tanto da decretarne il divieto di uso più per altre necessità, come la tutela di quell’alone di nazional virilità – italico orgoglio che, per fortuna, adesso deve accorgersi che esistono anche altre sensibilità ed un’altra metà (anzi di più) del cielo. Beh…perlomeno da quando Veronica Lario ha descritto con agili e brevi frasi la situazione morale del prèmier (e non è stata denunciata per vilipendio! Si sono limitati a tentare di sputtanarla via mass media). Una storia di “veline” e di veline.
In questi giorni, mentre i cattolici oltranzisti, come il direttore di Scienza e Vita, Delle Foglie, difendono in pratica la libertà di aggredire e offendere gay e lesbiche senza incorrere in un reato aggravato (la proposta di legge contro l’omofobia infatti non è passata), non dobbiamo stupirci di queste levate di scudi contro altri “reati di opinione” ipotizzati su basi inesistenti.
Il gioco è questo: chi è debole e in minoranza può essere tartassato, i loro simboli, gli scudi ed i candelabri di casa loro invece guai a toccarli con un dito!
Così in Italia non c’è ancora l’aggravante, il reato di omofobia, che invece dovrebbe andare, come nel resto d’Europa, ad aggiungersi alla lista di altre specificità da difendere con forza (il colore della pelle, il sesso, la religione…). Questo significa che se qualcuno vi offende o perseguita per le vostre scelte sessuali NATURALI può farlo senza rischiare aggravanti ma al massimo una denuncia per ingiurie, o un reato per lesioni (tutti depenalizzati).
Del resto non possiamo aspettarci modernità e rispetto da chi ancora ha una visione dei gay e lesbiche da patologia.
Nel 2006 lo Stato italiano ha introdotto delle modifiche alle categorie e alle penalità per i cosiddetti “reati di opinione” (legge n.85 del 24 febbraio 2006). Sono stati modificati alcuni articoli (dal 241, al 290 –vilipendio alla Repubblica ed alle istituzioni-, al 403, che è diventato “offese ad una confessione religiosa”). Ciò è stato fatto per aggiornare il codice penale alla realtà attuale. Alcune pene sono state mitigate, le offese sono state definite col carattere della gratuità e della violenza.
Ma certa violenza, caratterizzata da odio per un genere sessuale differente, non può avere ancora in Italia il riconoscimento di indegnità. Insomma, vale più una bandiera …di una qualsiasi sorella Bandiera.
Dada Knorr
Abruzzo: il finto miracolo delle Berlu-case…

” L’Aquila – Nel giorno in cui compie 73 anni, il presidente del Consiglio consegna 400 nuovi alloggi agli sfollati del terremoto in Abruzzo: ”E’ un miracolo di tutti noi, abbiamo visto l’Italia vera. I tempi saranno rispettati”
Adriano Paolella, docente di Tecnologia dell’Architettura all’università di Reggio Calabria, è stato in Abruzzo, ha visto, ascoltato, verificato e poi ha scritto una lunga e dettagliata analisi delle scelte effettuate dal governo in merito alla ricostruzione delle abitazioni e strutture colpite dal sisma.
Alcuni dati:
a 4 mesi dal terremoto, sono state censite 33mila abitazioni inagibili, di queste ben 19.600 sono fortemente danneggiate o contigue a strutture molto danneggiate.
Il numero complessivo degli sfollati (subito dopo il sisma è stato di 65mila persone, poi con le verifiche è diminuito) è consistito in circa 48.980 persone. Di queste 19.160 sono state ospitate o sono ancora in alberghi, 9705 in case private e 20.115 nelle tendopoli (140 tendopoli).
Invece di procedere con una progressiva ristrutturazione delle abitazioni e strutture colpite, mantenendo le persone sfollate in ricoveri d’emergenza, come successe in altri casi (roulottes, camper, container abitabili, casette in legno ecc.), si è deciso di dare il via al progetto chiamato C.A.S.E., si tratta di edifici prefabbricati poggianti su piattaforme di cemento armato:
150 palazzine “antisismiche” collocate in 20 diverse zone, per una capienza di 15mila persone.
La superficie occupata da questi edifici è di 63 ettari, complessivamente, considerando le aree circostanti e le infrastrutture viarie, si consumerà una superficie di circa 200 ettari.
Come si può capire si tratta quindi di un impegno enorme e gravoso per il futuro, considerando che comunque questi edifici sono per molte persone una base di appoggio in attesa di poter tornare nelle loro case e nei loro luoghi di residenza.
Paolella calcola anche i costi dell’operazione, che, stimando una spesa di 2500 euro al metro quadro (considerando urgenza e costo materiali) oltrepassa il miliardo e mezzo di euro, due miliardi di euro se si considerano anche le spese per l’urbanizzazione.
Da questi soldi ricaveranno profitto alcune grandi aziende edili:
visti i materiali richiesti e le modalità d’intervento (materiali prefabbricati, tempo disponibile), le piccole aziende abruzzesi sono state scalzate via dagli appalti: “a giugno sono state richieste le offerte ed hanno vinto due ditte del nord nonostante avessero un costo più elevato di una ditta abruzzese (hanno vinto garantendo tempi di esecuzione minori).
Molte delle maestranze quindi che hanno lavorato in questi mesi non erano regionali (una delle ditte milanesi vincitrici ha portato 400 suoi operai).
Consideriamo inoltre che il progetto C.A.S.E non risolve né il problema degli sfollati ospitati degli alberghi né quello delle restanti circa 5000 persone delle tendopoli che “eccedono” dalla capienza complessiva di queste palazzine (possono ospitare circa 15mila su 20mila sfollati in tendopoli).
E nel frattempo cosa succede ai ruderi abbandonati, alle case danneggiate, agli edifici lesionati?
Resteranno in attesa di essere ricostruiti: a L’Aquila si contano ora circa 1600 abitazioni agibili vuote, se le persone ospitate nelle palazzine continuassero a viverci anche dopo l’emergenza, si tratterebbe di circa 5600 abitazioni vuote.
Si è deciso quindi di costruire al di fuori del tessuto urbano e con collegamenti scarsamente razionali con esso delle strutture che rischiano di divenire o dei futuri quartieri dormitorio o delle scatole vuote.
Il procedimento di decisione di questo progetto è stato inoltre centralizzato, togliendo potere decisionale ai quartieri, ai sindaci, ai consigli comunali, ai proprietari delle abitazioni.
Le soluzioni alternative non sono state minimamente prese in considerazione:
se esiste la richiesta di ricostruzione di alcuni edifici e di recupero di immobili lo si deve solo alla capa tosta degli abitanti, ma la maggior parte delle persone (il 68%) ambisce ad abbandonare l’edificio lesionato per accaparrarsi l’appartamento nuovo, anche se situato in luoghi isolati. Si creerà quindi un mercato del lesionato a basso prezzo appetibile da chi vorrà re-investire nel recupero di edifici storici dei centri abitati.
Adriano Paolella fa diverse ipotesi alternative, dimostrando, prezzi alla mano, come queste avrebbero potuto essere più economiche e, non in ultimo, razionali ed ecologiche:
-concentrando in questi mesi le energie sulla riparazione degli edifici meno danneggiati si sarebbe potuto sanare il 16,9 % degli edifici nei quali è stato effettuato sopralluogo, cioè le 10.847 abitazioni meno lesionate, cioè di categoria b,c,d.
Calcolando sempre una media di 2,66 persone a nucleo familiare, sarebbero potuti rientrare oltre 28mila sfollati, o perlomeno, anche calcolando che alcuni immobili fossero indisponibili, perlomeno 5mila persone in più di quelle ospitate nelle 150 palazzine berlusconiane, e con un risparmio ingente. Molti dei danni ad edifici lesionati di tipo b,c,d richiedono infatti spese non eccessive per la riparazione. Calcolando 200 euro a metro quadro per una media di 70 metri quadri ad edificio si sarebbe speso al massimo un totale di 140 milioni di euro… circa il 7% di quello che si è speso per le nuove palazzine.
-altra soluzione, compatibile con quella di cui sopra, sarebbe stata quella di sostituire edifici non di pregio e molto danneggiati, abbattendoli, con nuovi.
-altra ancora, sempre compatibile: recuperare aree non edificate nella città consolidata.
-ed anche costruire nuove case se necessarie in prossimità dei paesi e dei quartieri che hanno subito i danni maggiori
-utilizzare poi, case in legno, che sono successivamente smontabili e recuperabili per altri usi e non richiedono cementificazioni delle aree
… Perché questo non è stato fatto, e si è vantata invece una grande “efficienza” solo per concentrare cantieri e profitti? Si è data la priorità al profitto, si è sperimentato un modello di “gestione della popolazione” autoritario e che ne cancella le capacità decisionali, progettuali, esecutive.
Si è preferito costruire prefabbricati, invece che recuperare, anche perché ciò è più facile, ed ha permesso di ultimare le palazzine in tempi tali da poter usare la “ricostruzione” per scopi propagandistici e demagogici.
Il presente, la gente, ha già dato giudizi senza riuscire a “passare” sui mass media. Il futuro purtroppo si giudicherà da solo.
(il Sunto di Francesca Palazzi Arduini è fatto su “Ma quale ricostruzione?” di Adriano Paolella, A rivista anarchica n. 347, ottobre 2009.
Rosy Bindi è più bbona di Silvio!

Non so chi di voi ricorda Adele Faccio, la paladina dei diritti delle donne e dell’aborto nelle strutture sanitarie pubbliche, bene, Adele che non era certamente una miss Italia, ma una donna libera e molto combattiva (la bellezza interiore è sempre quella meno apprezzata) era chiamata dai compagni comunisti “Adele Faccio Paura”. Davvero, questi compagnucci dei circolini che lasciavano a casa la moglie a fare le tagliatelle, non avevano altro da dire, della bella Adele, che fosse uno spauracchio.
Come se la scena dei politici maschi italiani fosse già popolata da Brad Pitt e da Arnold Schwarzenegger, così com’è oggi, con questo premier “bellissimo” che ci ritroviamo, dai capelli implasticati color melanzana e il colorito arancione cerone. Tanto i maschi sono sempre belli, lo è James Bondi e Altissimo Brunetta, sono belli per diritto acquisito, no?
Che Berlusconi sia un maschilista dei peggiori, di quelli per intendersi da Bar Sport, di quelli che stanno a guardare le donne che passano per dar loro un punteggio, anzi, di quelli che nei secoli scorsi discutevano in Conclave sul fatto che la femmina potesse avere un’anima dopo 40 giorni dal concepimento (mentre ai maschietti l’anima veniva spedita subito) è ormai cosa risaputa. Non stupisce la battuta a Rosy Bindi, che cos’altro avrebbe potuto dire di più succulento e di più “a buon mercato” un signore di siffatta specie. Da sempre noi donne siamo valutate soprattutto per l’aspetto fisico, si dice che non è vero, si dice che le virtù interiori valgono di più di quelle esteriori, ecc. però quando una donna si mette in mostra per le sue capacità, e si espone ai giudizi di tutti, l’unica accusa, quella immediata, è quella di non corrispondere ai canoni di bellezza vigenti. Sarà per questo che al posto di una Rosy, altre ministre più navigate avrebbero ricorso al bisturi (le plastificate Carlucci, la Santanché) mentre quelle più giovani si sarebbero accontentate della bellezza fatta da mamma, fintanto che si è giovani, la “bellezza dell’asino” per poi dare anche loro ricorso al responso del giudice padre dio in terra sciamano chirurgo plastico. Noi donne questo lo sappiamo bene, ed è perciò che anziché ribellarci, tentiamo con ogni mezzo e artificio di adeguarci. Sono secoli, anzi millenni, che veniamo valutate soltanto e unicamente per l’aspetto fisico, suddivise nelle due categorie di “brutte e belle”, categorie talmente drastiche che non c’è spazio per la donna normale, discreta, belloccia, piacevole, simpatica d’aspetto, nooo! si dev’essere per forza… o brutte o belle, e in queste due categorie assolute si gioca il ricatto maschilista. Essere riconosciute nella categoria belle, per noi significa avere amore e comprensione, non solo, ma non essere esposte al pubblico bersaglio di offese e battute ogni qual volta si apre bocca per esprimere un’opinione, cose che per ogni donna, per tutte le donne, hanno un’importanza basilare, per alcune significa ottenere la ricchezza e il successo, e il modo più efficace di essere accettate è di piacere tout court sul piano fisico.
La televisione ci ha rese caricature di noi stesse, come dice il bellissimo documentario “Il Corpo delle Donne”, caricature perché la iper-bellezza è un gioco al massacro, è una gara ottenuta anche slealmente, a forza di diete estenuanti, palestra a manetta e integratori, silicone, botulino, lifting, unghie finte, ciglia finte e persino lenti a contatto che cambiano il colore degli occhi, extension, tacchi di venti centimetri, ritocchi con il photoshop (pensate che anche le foto delle modelle più perfette vengono “ritoccate” dopo ogni posa), ecc. ma soprattutto è una gara dalla quale non possiamo mai uscirne vincenti. Come l’atleta che ormai è costretto a doparsi per raggiungere traguardi sempre più inumani e il culturista quasi ci lascia le penne per gonfiarsi come un tacchino il Giorno del Ringraziamento. Questo modello estetico dominante, questo voler coprire non solo la bruttezza ma addirittura le imperfezioni naturali di ciascuna donna, come hanno già scritto, è il BURQA delle donne occidentali “liberate”. Ed è la radice della nostra sofferenza e di tanti disturbi alimentari e “sindrome del dismorfismo corporeo” dei quali soffrono milioni di donne.
Pensate quanto erano belle le attrici una volta, basse (Wanda Osiris e Mae West erano due “tappe”… 1,66 era Marylin Monroe) taglia 44-46 con le loro ciccette, un velo di cellulite, giunoniche oppure un po’ mascoline (come Greta Garbo) oppure magrissime esili come libellule, il naso non proprio “sui generis”, gli occhioni da ipertiroidea, ma diversa una dall’altra… la “biodiversità” esisteva anche al cinema! mentre ora sono tutte uguali, sono tutte cloni di un unico modello. E invecchiare pare che sia diventata, la peggiore offesa.
Perciò viva Adele Faccio e viva Rosy Bindi, almeno hanno avuto il coraggio di mostrar e la loro vera faccia, sincera, pulita, “non a disposizione” del galletto di turno, al contrario di tanti politici maschi, che dovrebbero soltanto nasconderla.
La bellezza salverà il mondo?
Incredibile come, pur a corto di parole, la regista hollywoodiana, nativa fanese, riesca ad esprimere il parere di tutti/e noi sulle linee programmatiche del nuovo assessore fanese alla cultura, signor Mancinelli, tutte incentrate, oltre che sul salvataggio dell’esistente, su letture de “L’idiota” , dal quale la celebre frase.
Ricordiamo che per una visione ottimale occorre cliccare su Wiew all Image e poi scegliere il formato originale o wide Screen.
La nostra Strada

Teresa Sarti, presidente di Emergency e moglie del chirurgo e fondatore Gino Strada, è morta il 1 Settembre 2009. Non vi sono stati funerali di Stato né pubblici encomi religiosi. Erano tutti troppo occupati con Boffo e Mike. Sicuramente lei non li avrebbe voluti.
C’è un tempo per vivere ed uno per morire. Uno per cercare vivendo e pagando di persona il significato della parola “essere umano” ed uno per guardare in tv le aberranti fantasie e le scioccanti rappresentazioni del “genere umano”. Ci auguriamo che il primo tempo sia sempre più lungo.
Come disse Shura Dumanic, femminista croata, l’importante è che ad ogni partenza di una persona cara noi non si sia costrette a fare due passi indietro dei tre che siamo riuscite a fare, dei quali uno ha calcato la terra oltre il confine. Il confine dei sogni, della fantasia, della speranza. Grazie a lei.
10 ottobre: tutti/e UGUALI, tutti/e a Roma

Liberi e eguali in dignità e diritti (articolo 1 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)
Noi promotori della manifestazione del 10 ottobre vogliamo rispondere alla violenza con il nostro contributo sociale e culturale. Rivendichiamo uguali diritti e doveri, pari dignità, riconoscimento giuridico di tutti gli amori, di tutte le famiglie. Invitiamo le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender, ed eterosessuali a far sentire la loro voce impegnandosi a costruire un’Italia differente, che agisca per un cambiamento vero, profondo che riguarda la cultura e la convivenza. Il 10 Ottobre 2009 saremo a Roma, come movimento lgbt, coscienti di convocare una manifestazione in un clima che in generale è violento, che colpisce noi, migranti, donne e altri soggetti sociali ritenuti deboli. In questo quadro, rivendichiamo come fondamentale necessità democratica e civile interventi legislativi contro l’omofobia e la transfobia, che estendano la legge Mancino anche all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Sarà solo un primo passo non certo esaustivo né sufficiente. La negazione e l’opposizione al riconoscimento di diritti per le persone e le coppie lgbt è già di per se omofobia e transfobia. La Costituzione italiana e la Dichiarazione Universale dei diritti umani indicano con chiarezza il principio di uguaglianza che deve impegnare le istituzioni tutte ad agire con interventi informativi e culturali, a partire dalla scuola, dove il fenomeno del bullismo è in preoccupante espansione. Vogliamo che il 10 ottobre sia una manifestazione in cui ogni persona lesbica, transgender, bisessuale, omosessuale, intersessuale abbia accanto le proprie famiglie, i colleghi di lavoro, i compagni di studio , i vicini di casa, perché crediamo che il dialogo e la condivisione siano gli elementi decisivi per far avanzare i nostri diritti e con essi la società italiana. Uguali – Comitato Promotore Manifestazione Nazionale Roma 10 ottobre 2009 Chiediamo a chi parteciperà di rispettare le modalità che abbiamo deciso, che prevedono una manifestazione aperta da una enorme bandiera Rainbow, in cui sfileranno associazioni, movimenti, sindacati ciascuno con le proprie bandiere. Invitiamo i partiti a leggere con attenzione la piattaforma rivendicativa collegata a questo documento e ad aderire e partecipare solamente se la condividono in toto. Chiediamo di rispettare la nostra decisione di escludere striscioni e bandiere dei partiti, nel pieno riconoscimento della nostra autonomia e del senso stesso della manifestazione.
Portavoce Fabianna Tozzi Daneri
portavoce.uguali@gmail.com
Adesioni e informazioni:
http://uguali.wordpress.com/
uguali@gmail.com
Emigrazione e legalità

IL TRIBUNALE PENALE DI PESARO RINVIA ALLA CORTE COSTITUZIONALE LA NORMA SUI REATI DI INGRESSO E SOGGIORNO ILLEGALI
[Dal sito dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (http://www.asgi.it)] Rinvio alla Corte Costituzionale della norma sui reati di ingresso e soggiorno illegali. Il Tribunale penale di Pesaro solleva dinanzi alla Corte Costituzionale la questione di legittimita’ costituzionale dell’art. 10 bis del d.lgs. n. 286/98. Prima eccezione di incostituzionalita’ sollevata da un giudice nei confronti dell’art. 10 bis del d. lgs. n. 286/98, introdotto dall’art. 1 c. 16 a) della legge n. 94/2009 (“Disposizioni in materia di sicurezza”), che ha introdotto i reati contravvenzionali di ingresso illegale e soggiorno illegale nel territorio dello Stato. Nel corso del procedimento penale avviato nei confronti di un cittadino senegalese illegalmente presente in Italia, con ordinanza di remissione degli atti alla Corte Costituzionale del 31 agosto 2009, il giudice penale di Pesaro ha ritenuto non manifestamente infondate le eccezioni di incostituzionalita’ sollevate nei confronti dell’art. 10 bis. Il giudice rileva il possibile contrasto della norma con una serie di principi costituzionali: innanzitutto, con il principio di ragionevolezza che deve presiedere all’esercizio dell’attivita’ legislativa in materia penale; poi, con il principio di uguaglianza e di personalita’ della responsabilita’ penale perche’ la condizione di immigrazione irregolare viene di per se’ associata ad un comportamento pericoloso socialmente a prescindere dalle situazioni individuali e perche’ non viene tenuta in alcuna considerazione la possibilita’ dell’assenza del giustificato motivo quale elemento costitutivo del reato; ulteriormente, con il principio di solidarieta’ sociale, perche’ l’introduzione del reato determina ed induce ad una condizione di isolamento e di rifiuto da parte della societa’ nei confronti dell’immigrato.
Il testo integrale dell’ordinanza del Tribunale di Pesaro – sezione penale, R.N.R. 2823/09 (R.G. TRIB. 829/09 del 31.08.2009), e’ disponibile nel sito dell’Asgi.
Notizia segnalata da http://www.peacelink.it
Anziani soli: ognuno per sé… e l’Inrca per i parroci

Aveva già destinato molte perplessità, nel luglio 2007, la designazione di don Vinicio Albanesi a presidente dell’Istituto di ricerca Inrca, l’ istituto noto come polo di studio e cura regionale per le persone in età avanzata. Molti si sono chiesti, che necessità c’era di un sacerdote per la guida nelle sue scelte, forse la preghiera avrebbe potuto sanare il bilancio deficitario dell’istituto? E soprattutto, con che spirito di laicità ed imparzialità sia la giunta di centro sinistra, che l’allora ministra Turco, hanno preso questa decisione? E’ sembrata poi strana l’approvazione da parte della Regione, lo scorso luglio, del bilancio Inrca ma “con riserva”, e senza che nella deliberazione fossero riportate cifre. Ora, dopo aver assistito alla firma di un’intesa tra Vescovi marchigiani, Regione Marche e Inrca per il finanziamento di un cospicuo fondo (600 mila euro) per garantire l’assistenza domiciliare a 140 sacerdoti anziani, queste domande tornano a galla con maggior rilievo. Molta importanza è stata data, nella stipula, al “patrimonio storico” che gli anziani sacerdoti costituirebbero per i luoghi dove abitano, ed al fatto dunque che è importante lasciare che continuino a vivere nelle loro comunità. Si dà il caso, però, che questo provvedimento contrasti col principio di parità di trattamento dei cittadini, sancito dalla Costituzione.
La condizione dei sacerdoti anziani infatti non è diversa da quella di tanti anziani soli. Anzi, i sacerdoti sono già privilegiati in genere: oltre ad usufruire infatti di residenze parrocchiali nelle quali il clero non paga affitto, ogni sacerdote ha a disposizione spesso ben più di ciò che un altro anziano ha per vivere, oltre le remunerazioni Inps previste comunemente. Non si capisce quindi perché Inrca e Regione debbano riservare a questi, e non ad altri , più attenzioni. Un sacerdote, dai dati pubblici che è possibile consultare, riceve dalla Cei una mensilità di poco meno di 900 euro all’inizio della sua ordinazione, quota che aumenta col tempo, sino ad un massimo di circa 1300 euro per un vescovo. Esistono poi le spesso cospicue rendite dei beni diocesani e gli stipendi per l’insegnamento dell’ora di religione. Per dimostrare la sua imparzialità, la Regione Marche dovrebbe riservare da subito lo stesso trattamento a tanti altri anziani, importanti per i loro vicini ed amici ma che invece, non avendo familiari o agio economico per permettersi assistenza domiciliare fissa, vivono tra gli stenti o attendono di essere trasferiti in un istituto lontano dai luoghi della loro vita.
Consulta per la laicità in provincia di Pesaro e Urbino.
4 settembre 2009




![8Ottobre[1] 8Ottobre[1]](http://rimarchevole.files.wordpress.com/2009/09/8ottobre1.jpg?w=200&h=283)


Viola di mare… e omofobia peninsulare…
Ottobre 27, 2009 a 11:08 pm · Archiviato in Senza Categoria, cultura gaya, lez girls! and contrassegnato da tag: omofobia e viola di mare, raffaella silipo su bacio lesbico, stefania miretti su bacio lesbico, viola di mare commenti blog, viola di mare film scheda critica, viola di mare recensione, viola di mare scheda critica su culturagay
“Il bacio -proibito- piace solo da finto…”
così scriveva la giornalista Raffaela Silipo su La Stampa del 19 ottobre, ricordando come, nonostante tutte queste dimostrazioni di sdoganamento del lesbismo nei mass media (sit-com, film, concerti, interviste, red carpets…) nella realtà le aggressioni omofobe contro le donne che si mostrano in giro insieme aumentino (due ragazze padovane aggredite da un gruppo di magrebini perché si sbaciucchiavano solo pochi giorni fa…).
Anche il fenomeno mediatico incredibile e piacevole di “Viola di mare” è quindi da analizzare nel contesto della forzata invisibilità delle lesbiche italiane, o lelle, o donne gay o come vi pare…
vi segnalo per questo la recensione “Viola di mare ovvero la solitudine della lesbica italiana” su Cultura gay.
Molto carino anche l’articolo-fotoromanzo di Stefania Miretti uscito su Gioia del 31 ottobre, sui baci “famosi” ai quali viene dato una specie di voto!
Per le ragazze: se avete commenti da fare e analisi del film da suggerire potete farlo anche sul forum di EllexElle.
In quanto alla situazione omofobia nel nostro Paese…
E’ difficile essere credibili quando per scelta ideologica si vuole negare la realtà, l’evidenza. Eppure è questo che hanno fatto qualche giorno fa i deputati di Pdl, Lega e Udc, affossando la proposta di legge contro l’omofobia promossa dalla deputata Paola Concia.
Eppure è stato negato il problema delle aggressioni omofobiche. Come se queste non fossero causate da un odio di origine culturale sul quale occorre intervenire con delle aggravanti, in maniera da tutelare penalmente chi lo riceve, per non fare finta che chi ingiuria e aggredisce qualcuno o qualcuna perché è omofobo lo faccia perché ha fatto tardi al semaforo.
La legge Mancino, del 1993, aveva già introdotto delle aggravanti per tutelare minoranze e categorie di persone a rischio di particolari violenze e discriminazioni. Ma la discriminazione causata dall’orientamento sessuale non era stata inclusa. Eppure si tratta di una categoria che riguarda ben oltre il 10% della popolazione.
Il bigotto direttore di “Scienza e Vita”, ora delfino del quotidiano L’Avvenire da quando l’ex direttore, Boffo, si è dimesso, ha dichiarato “è bene che questa proposta di legge non sia passata, perché si sarebbe introdotto di nuovo un reato di opinione”. Una dichiarazione ipocrita perché la legge non intendeva punire “opinioni” ma aggressioni, insulti, diffusione di teorie incitanti all’odio ed alla discriminazione. E’ bene chiarire che l’orientamento sessuale non è una “deviazione” o un “incidente di percorso” ma una caratteristica propria di ogni essere umano, non si può più accettare quindi che in un Paese civili ci sia gente che, ignara di questa realtà e del fatto che non viviamo più nella Preistoria, creda di poter impunemente continuare a offendere, segregare, aggredire gay, lesbiche e transgender solo perché sono una minoranza e non vogliono più nascondersi appunto, nelle caverne.
Nel 2008 una legge italiana, dopo varie trattative e modifiche, ha finalmente dichiarato che è un reato discriminare una persona sul lavoro a causa del suo orientamento sessuale. Eppure questa giusta visione non riesce ancora a passare nell’ordinamento italiano con le chiare parole, “orientamento sessuale”, che la definiscano, anche se sia la Costituzione italiana (articolo 3) che la Dchiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) detti chiaramente il principio di uguaglianza tra i cittadini e le cittadine, qualsiasi differenza naturale (che colore delle pelle hai, di che sesso sei) o di scelta culturale e sociale (la religione) essi posseggano.
La maggior parte degli Stati europei (Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Spagna, Svizzera, Svezia, Ungheria, Regno Unito, Serbia e Montenegro, Repubblica Ceca) ha introdotto la definizione di “orientamento sessuale” tra queste differenze già tutelate. E’ ora di ricordare ai parlamentari italiani che le leggi si fanno sapendo guardare alla realtà e al diritto alla felicità delle persone, e non ai pregiudizi che evidentemente covano copiosi sotto i velluti rossi di Montecitorio!
dada knorr patchwork
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